
C’è un momento, verso la fine di The Four Seasons, in cui un personaggio dice: “Non siamo più quelli dell’anno scorso, anche se sembriamo uguali.” È una frase semplice, buttata lì tra un bicchiere di vino e una risata forzata, ma racchiude il senso profondo della nuova miniserie Netflix creata da Tina Fey. Altro che commedia stagionale: The Four Seasons è un affondo lucido e ironico nell’arte fragile delle relazioni.
Liberamente ispirata all’omonimo film di Alan Alda del 1981, la serie mette in scena tre coppie di amici storici – quelli con cui ti ritrovi ogni estate al lago, ogni Natale al camino, ogni volta che senti il bisogno di riconoscerti in qualcuno. Finché qualcosa si incrina. Nella prima puntata, Nick (Steve Carell) comunica che lascerà sua moglie Anne (Kerri Kenney-Silver), e l’annuncio arriva come una grandinata a Ferragosto. Nelle puntate successive, una nuova presenza – Ginny, giovane fidanzata di Nick – altera l’equilibrio del gruppo, trasformando vacanze di routine in percorsi accidentati tra identità che cambiano, amori che si logorano e amicizie che scricchiolano.
Ma non è solo una questione di trama. The Four Seasons funziona perché riesce a infilarsi nel terreno molle del tempo che passa e delle vite che si trasformano. C’è Tina Fey – regina della comicità brillante – che qui tira il freno a mano e costruisce una Kate più vulnerabile del solito, smarrita nel suo bisogno di tenere tutto insieme. C’è Steve Carell che dosa sapientemente ironia e malinconia, interpretando un uomo alla ricerca di una seconda giovinezza che forse non vuole davvero.
La serie è divisa in quattro episodi principali (più quattro piccoli intermezzi), ciascuno ambientato in una diversa stagione, con una colonna sonora che rilegge Le quattro stagioni di Vivaldi in chiave contemporanea – elettronica, acustica, perfino jazz. Ma non è solo una scelta stilistica: la musica amplifica il tono emotivo della narrazione, scandisce le fratture, accompagna i silenzi.
A livello visivo, The Four Seasons è curata come un diario illustrato. Ogni episodio ha una tavolozza cromatica che cambia – i verdi teneri della primavera, l’oro acceso dell’estate, i rossi malinconici dell’autunno, il blu sbiadito dell’inverno – e questo gioco sottile tra immagine e stato d’animo fa sentire ogni stagione sulla pelle.
Cosa resta, alla fine, di queste otto puntate? La consapevolezza che crescere non è un verbo che si coniuga solo da giovani. Che si può restare amici anche mentre ci si allontana. Che l’ironia, se ben dosata, è un’ottima forma di resistenza emotiva. E che le stagioni – quelle fuori e quelle dentro di noi – passano comunque, ma vale sempre la pena restare ad ascoltarle.
ph Fonte Netflix
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.