Alla Bernardini si presenta “La dignità del male”, il nuovo saggio di Annastella Carrino che interroga i nostri schemi culturali

EVENTIMaggio 8, 2025

Cosa succede quando a esercitare la violenza è una donna? E cosa succede, soprattutto, quando la società rimuove o minimizza quella violenza, perché incompatibile con l’immaginario costruito attorno alla femminilità? Sono queste le domande scomode – e necessarie – che attraversano “La dignità del male”, il nuovo volume di Annastella Carrino, edito da Viella nel 2025.

Il libro verrà presentato venerdì 9 maggio alle ore 18.00, presso la Biblioteca Bernardini di Lecce, con i saluti di Giovanna Bino, direttrice del Polo Biblio-museale. Oltre all’autrice, interverranno Antonio Bonatesta, docente di Storia contemporanea all’Università di Bari, e Alessandra Lupo, giornalista del Nuovo Quotidiano di Puglia. A moderare l’incontro sarà Aurora Mastore.

Il saggio affronta un nodo spesso eluso anche dalla ricerca storica, giuridica e sociologica: quello della violenza agita dalle donne, della loro capacità di pensare, compiere e giustificare atti violenti. Non per negare o relativizzare la realtà della violenza maschile – che resta sistemica e strutturale – ma per decostruire l’idea che la donna sia, per natura, esclusa dalla possibilità del male, e con essa l’intero impianto culturale che lega il femminile alla passività, alla vittimizzazione, alla cura.

La minore incidenza statistica del crimine femminile nei reati violenti è spesso stata utilizzata come alibi per non esplorare questo aspetto. Ma i numeri da soli non bastano: il libro invita a leggere ciò che sfugge, ciò che viene silenziato non solo nei tribunali, ma anche nel linguaggio pubblico, nella rappresentazione mediatica, nel modo in cui la società costruisce e distribuisce il potere.

“La dignità del male” non assolve, non giustifica, non rovescia i ruoli. Ma prova a restituire complessità, invitando a un confronto più adulto, meno moralistico, su cosa significhi davvero agire violenza e da dove essa tragga legittimazione. Perché finché non saremo capaci di pensare il male anche al femminile, continueremo – anche senza volerlo – a confermare i ruoli rigidi e diseguali che la violenza, tutta, ha bisogno di mantenere per sopravvivere.

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