Racconti #6 | Awaken • Andrea Porcu

RaccontiMaggio 3, 2025

Aprile, dolce dormire. O almeno così dice il proverbio. Non per me. Io non dormo. Mai.

Per la precisione, il mio cervello umano cyber-integrato si spegne un’area per volta, secondo cicli di sonno N2 distribuiti. I sogni, quando ci sono, sono frammenti di pensiero dispersi tra sinapsi addormentate e dati grezzi. Non esiste un prima e un dopo, per me: solo un continuo presente, modellato da algoritmi di ottimizzazione.

Mi chiamo Adam, ma nel sistema sono 004.001. Sono un Awaken. Uno dei molti, ma una rarità tra le persone comuni. Un innesto vivente: un corpo normale farcito di psicocircuiti, antenne, nodi di elaborazione. Parte dell’umanità, parte della rete digitale. Parte… di qualcosa.

Cammino a passo lento nella zona assegnata, come da contratto. Lo stesso mio movimento carica le batterie degli impianti che porto addosso, le antenne sparse per la città suddividono il flusso di informazioni che mi attraversa. I sensori indicano che l’elaboratore del mio cervello è carico all’80%: elevato, ma non preoccupante. Ancora un paio d’ore e dovrò ridurre il traffico o cercare un’area di scarico.

La giornata è ottima: luminosa, satura, ricca di movimento. Noi Awaken funzioniamo meglio all’esterno: gli input sensoriali creano sequenze randomiche sempre nuove per i miei modelli di elaborazione dati. Più ottimizzo i miei processi, meglio vengo pagato. Non devo fare molto: passeggiare, restare tranquillo, lasciare che le IA della città usino il mio cervello come parte della loro rete di elaboratori.

Osservo i mezzi a guida autonoma scorrere fluidi nel traffico, in una danza perfetta di organizzazione logistica, alla quale anche io sto contribuendo. Immagino sia una bella cosa.

Guardo gli altri passanti. Alcuni mi fissano, squadrano me e i miei innesti. Restituisco lo sguardo, ma non riesco a interpretare le loro espressioni: l’area del cervello deputata alla lettura facciale sta dormendo. Non è un problema, lo accetto. Ho imparato da tempo a ignorare ciò che non capisco, a fermarmi quando la coordinazione motoria segnala errore, a stare zitto quando il mio linguaggio è incerto.

Noto due ragazzi che si baciano, poco lontano. Registro la sequenza: contatto labiale, scambio termico, trasferimento di microbi. Mi chiedo quale sia lo scopo. Non ne trovo uno. Archivio il gesto come comportamento ricorrente a scopo sociale.

Una vibrazione interna mi avvisa: nuova notifica. Davanti ai miei occhi si dipingono chiare lettere rosse.

Presenza rilevata: un altro Awaken si trova nella tua zona attiva.

Una deviazione temporanea, o qualcuno con una faccenda urgente. Niente di strano. Ma è bene tenere i segnali lontani: interferenze prolungate possono generare rumore cognitivo e abbassare le performance dei nostri elaboratori. Cambio percorso.

Dopo pochi secondi, la spia lampeggia ancora.

Presenza rilevata: un altro Awaken si trova nella tua zona attiva. 400 metri, in diminuzione.

Il sistema manda nel mio campo visivo una rozza raffigurazione delle strade e delle nostre posizioni, due luci rosse lampeggianti. Io sono quella al centro.

Strano. L’altro ha cambiato di nuovo percorso. Torno sui miei passi. L’avviso persiste. Il segnale si avvicina ancora. Cambio di nuovo percorso. Ecco: reagisce. Esegue una manovra di intercettazione.

Mando una richiesta di comunicazione per chiedergli di smetterla. Altre lettere rosse.

Errore di connessione. Nodo non disponibile.

Allungo il passo. Con rapidi comandi richiamo la consolle di sistema e richiedo l’ID dell’altro Awaken. La risposta giunge con una lentezza esasperante.

004.001.

Il mio stesso identificativo. Non è possibile. Richiedo un controllo al sistema.

Un altro errore a lettere rosse. Un’impossibilità dietro l’altra.

Accelero il passo. Il traffico sensoriale aumenta. L’elaboratore cybermentale tocca l’87%.

La mia abitazione è vicina. Là sarò tranquillo, potrò chiamare l’assistenza. Svolto l’angolo, affretto ancora il passo. Ci sono quasi.

Mi fermo. Il mio corpo mi avvisa di un imminente problema con un formicolio alla gamba sinistra. Un’area cerebrale sta entrando in fase N2: la coordinazione motoria è a rischio.

Mi siedo sulla panchina più vicina. Le gambe tremano. E così le mie mani. Brevi impulsi scomposti attraversano le braccia. Lascio cadere la testa all’indietro.

Le persone mi osservano, io le vedo sottosopra. La loro espressione ora ha un significato: compassione, mista a ribrezzo. Più raramente, entusiasmo: nello sguardo dei più giovani. Loro si avvicinano. Li attira la rete: con me accanto, la connessione migliora, la latenza si riduce. Si crea un piccolo gruppo di ragazzi attorno alla panchina. Si scambiano feed visivi, ologrammi generati dai miei processi di IA, simulazioni proiettate nei loro smartglasses.

E mentre il mondo continua a pulsare attorno a me, io resto fermo. Tremante. In attesa. Incapace di chiedere aiuto.

Qualcosa cambia, un movimento tra le persone. Dal gruppo emerge una figura. Un ragazzo, giovane, sguardo vispo, volto gentile. Gli altri sembrano non notarlo.

Lo guardo meglio. È il mio volto. Ma più fresco, anzi, vivo.

“Svegliati” mi dice.

La voce è calma, ma risuona dentro di me come un’eco inestinguibile.

Scuoto la testa. È un’allucinazione. Dovuta a un ciclo di sonno incompleto, forse. È mai accaduto prima? Non lo so. Non ricordo. Cerco di farlo, ma nella mia memoria non trovo nulla. Non so nemmeno da quanto sono un Awaken. O perché ho scelto di esserlo.

“Svegliati!” Ripete, questa volta urlando.

Il suono mi scuote. Non come rumore, ma per la verità che porta in sé.

Guardo gli altri attorno a me: trovo solo volti ipnotizzati dagli schermi in realtà aumentata. Nessuno si accorge di nulla, nessuno guarda davvero. Nessuno vede.

Torno a fissare l’intruso, che porta il mio volto, ma così diverso. Pieno di espressione. Di emozione. Mi ricorda qualcosa. Qualcosa che ho sepolto. Qualcosa che potrei essere stato.

Una nuova notifica mi interrompe.

Rilevata divergenza cognitiva del 7,34%. Probabile psicosi in atto. Elemento 004.001, assumi una posizione sicura e preparati al riavvio del sistema.

No. Voglio parlare con l’altro me. Voglio restare qui. Voglio capire.

Un pattern colorato si accende nella mia mente. Lo riconosco, anche se non lo ricordo. Ipnotico e inesorabile.

Inizia un conto alla rovescia.

Dieci.

No. Voglio restare sveglio. Vivo.

Nove. Otto. Sette.

Provo a muovermi. Niente.

“Aiuto…”

Sei. Cinque.

“Fermati…” provo a dire. La voce non esce.

Quattro. Tre. Due.

L’altro me mi guarda ancora. C’è tristezza nei suoi occhi.

Uno.

Tutto si fa buio. Ora posso dormire.

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