
– Appoggiati alla mia spalla.
Amico mio.
– Appoggiati qui.
Si vede. Lo vedo dai tuoi occhi quello che manca.
– Mi dispiace.
– Ma figurati.
– Mi dispiace non esserci stato in questo momento.
– Non lo devi dire proprio.
– Tu ci sei sempre stato per me.
– Quando?
Non lo ammetterebbe a nessuna di queste persone. La sala bianca e grigia piena di gente a semicerchio.
Ma non le guarda, e si guarda le punte dei piedi. C’è chi neanche ha notato che siamo qui, che abbiamo attraversato la porta. Anch’io, ma lui. Lui ha attraversato la porta con questo macigno dietro, dentro, sopra. Ed io. C’è chi neanche ha notato, ed ha le spalle mezze rivolte altrove, ad altri discorsi, altri aneddoti.
E lui, che si guarda le punte dei piedi, rivolte all’interno.
– Sembra che hai i piedi più piccoli, più sottili.
– Ti piacciono? Gialle. Le ho prese con lo sconto dipendenti.
– Ti fanno più dritto.
Hanno lo stesso colore delle sue guance.
Dicono che a furia di stare con le stesse persone per tanto tempo si prendono i modi, le voci, i tic. Pure i colori, a questo punto, credo.
– Le scarpe, dico, ti fanno più sottile, e dritto.
Hanno lo stesso colore delle sue guance, delle fossette a destra e a sinistra, dove prima era la barba.
Parla come ha sempre parlato ma sembra che fino a ieri fosse afono. Gli è cambiata anche la voce, forse, allora. Oltre i modi, i tic, le guance.
Se ride, mi accorgo dall’ombra che emana, gli manca un dente. Lo vedo da qui, di fianco. La luce sulla sua sinistra proietta su di me un carico di stanchezza. E alla sua stanchezza manca un dente.
– Era ieri, un anno. Era ieri. E io l’ho dimenticato.
– No.
– Sì, ed è brutto dirlo. Potrei dirti che avevo da fare, che ero impegnato. Ma l’ho dimenticato. Come non lo avessi mai saputo. Come non fosse neanche successo. Come non fosse successo a te.
– Bello, no?
– Come fosse successo a qualcun altro. Un altro come te ma con altri capelli e una barba diversa.
– Si vede?
– Un po’.
– Dice che a stare troppo dietro le persone ci si assomiglia. Ed io ho perso i capelli appresso a lei.
Si diventa sottili, anche, come le persone con le quali si passa così tanto tempo. Gialli, stanchi e sottili.
– Magari domani dormi un po’.
– Eh, magari.
Me ne vado e lo lascio lì, credo si siederà tra un attimo, le gambe non gli reggono.
Credo che quando si siederà alcune tra le persone a semicerchio in quella stanza continueranno a stare rivolte verso l’interno dei loro discorsi, dei loro aneddoti. E forse non lo vedranno. Oppure gli porteranno un bicchiere d’acqua, una vecchia storia di famiglia da ricordare.
Se cambio stanza, se esco a prendere aria e passo alla camera a fianco, cambia poco e sembra che ci sia aria di festa.
– Cosa c’è da festeggiare?
Niente sguardi bassi, niente gambe molli, niente denti vuoti.
Il buio delle sette di sera fa spazio al giallo delle porte gialle colorate da un lampioncino. Ci hanno pensato anche qui, fuori dai centri illuminati che nascondono le stelle, a segnalare le uscite. Per me, almeno, per non farmele perdere di vista.
– Ehi!
Mi chiama da lì, ancora non si è seduto.
– Ancora non ti sei seduto?
– Domani torni?
Non lo so.
– Adesso mi siedo, sì.
