Racconti #8 | Joachim •  Gerardo Novi

RaccontiGennaio 20, 2026

Sei davvero qui, ancora non riuscivo a crederci, avevi preso un aereo da Berlino solo per vedermi.

(Ci eravamo sentiti solo via messaggio fino a quel momento, un po’ di sexting, in un inglese che mi faceva sentire libero, e ti avevo visto mentre ti masturbavi con il sextoy rosa più rumoroso di sempre.)

All’improvviso tutto questo diventa concreto in una piccola figura che scende dall’autobus, entra nella stazione di Napoli Centrale, cappellino rosso in testa, e mi scova in mezzo alla folla.

Corri, mi salti in braccio e io ti afferro al volo in piena meraviglia.

«You really made it», inizio a dire e tu mi baci.

Saliamo sul treno per Roma, mi prendi per mano e non ho nemmeno il tempo di avere paura o pensare a cosa stiamo facendo.

Tutto così veloce.

La luce pallida della luna inonda il paesino di Roviano, raggiunto in trenta minuti di taxi partendo da Roma-Termini.

Mi confessi di avere il ciclo appena entriamo nell’appartamento prenotato online per i prossimi due giorni.

Sembri davvero desolato.

«Per te è un problema?», mi chiedi.

Io dico di no.

Ti riaccendi. Lanci i bagagli sul divano verde del salotto e poi mi stringi forte. Mi baci e mi mordi il labbro. Tieni poi il mio volto tra le mani e sussurri il mio nome. Ti piace sentirne il suono.

«Ciro, Ciro, Ciro…»

Studiamo la casa, ci mettiamo comodi, metti il pc sul tavolo da pranzo e mi fai vedere una puntata di RuPaul’s Drag Race, poi faccio finta di leggere un libro di Elena Ferrante per non farti vedere che sono nervoso, ci laviamo i denti nel lavandino in cucina e, mentre sistemo la valigia, scovi degli asciugamani puliti nel mobiletto del bagno.

Ci avviamo in camera da letto e ci spogliamo.

Ora fai come dico io, dici, sorriso feroce in volto, poi la tua bocca che mi cerca, mi tocca, mi scopre.

Poi la mia testa fra le tue gambe, le tue labbra sanguinanti, il sapore ferroso in bocca, le mie dita che ti penetrano, i tuoi gemiti di piacere.

E io lì divento vivo, all’improvviso voglio divorarti, rispondere al tuo appetito con qualcosa di simile, qualcosa che non avevo mai pensato potesse esserci in me, non mi interessa nemmeno penetrarti, sinceramente, voglio solo sentire i tuoi gemiti, farti stare bene, ti lascio anche un succhiotto baciandoti sul collo, ti voglio tutto per me, ma ora mi blocchi per i polsi, mi sputi in faccia e io ti insulto, ti ritorna in faccia quel sorriso malizioso.

Poi, dopo questa lotta, ci fermiamo. Non ti ho penetrato e sono felice.

E ora, Joachim, sei in piedi, nudo, davanti alla finestra.

Mi alzo dal letto e mi avvicino a te. Ti accarezzo i capelli neri corti, stendo un braccio intorno al tuo collo, con l’altra mano ti stringo il culo sodo e dalla finestra ci arriva in faccia un piacevole venticello.

Sul letto dietro di noi ci sono ancora gli asciugamani sporchi di sangue.

Sono le due di notte, fumi la tua sigaretta e, affascinato, osservi il paesello fuori dalla finestra. Lì in piedi, tu, Joachim, appari sereno mentre ti tengo stretto a me, fumi senza fretta, ma poco prima avevo scoperto questa tua forza primitiva, un istinto di lotta che si palesava e che mi facevi scoprire allo stesso tempo anche dentro di me.

Ci rimettiamo a letto, parliamo.

Fissiamo il soffitto, siamo entrambi sinceri, nudi, come credo capiti poche volte nella vita delle persone.

Mi racconti in maniera approfondita di cose che nei messaggi avevamo solo scalfito: della transizione, della difficoltà di cambiare il nome legale sui documenti, del tuo corpo che cambia e si trasforma, degli ormoni, della tua famiglia che non riesce ad accettarlo, dell’antica Roma da cui sei ossessionato, del latino che parli e leggi come fosse una seconda lingua, degli studi di teologia che fai all’università, degli studi di cinema, di Villa Adriana a Tivoli che andremo a visitare nei prossimi giorni, della sceneggiatura che stai finendo, ambientata sempre nell’antica Roma e che speri un giorno di dirigere come film, di come io ti sia subito piaciuto sull’app di incontri perché dicevi che assomigliavo a Marco Aurelio da giovane, e me lo dimostri facendomi vedere diverse foto di sculture che lo rappresentano giovane.

Io ti ascolto, assorbito.

Poi sono io a parlare, lascio cadere tutte le difese.

Ti parlo della mia ultima storia, del mio primo vero amore andato male, che non ha funzionato, di come le ho detto addio scrivendole una lettera dove le auguravo tutta la felicità possibile, ti parlo del mio posto del mondo, di come io senta di non averlo mai trovato veramente, della depressione, di come io mi senta sbagliato.

Mi giro per guardarti e hai gli occhi lucidi, accarezzi il mio volto, vuoi proteggermi.

(Qualche sera dopo, in un’altra stanza ma sempre fissando il soffitto, sempre con quello sguardo negli occhi, mi avresti poi detto: «I think i fucking love you».)

Ricambio la tua empatia e ti confesso: «Sai, prima di te non l’avevo mai fatto».

«What

«Sesso», ti dico, «non so, sarò io il problema, non capisco molto le persone, comunque non è mai successo».

«So…»

Il tuo sguardo cambia. Senza che io debba dire nulla, ti prendi una pausa e poi con la mano vai sul mio cazzo, che subito diventa duro. Cominci con movimenti lenti, mi guidi, scivoli giù col corpo, fai per mettertelo in bocca e io ti dico, ti sussurro, che non devi farlo se non vuoi.

«Don’t worry», dici.

Lo infili in bocca, io inizio a tremare e mi aggrappo alle coperte come se potessi implodere.

Torni vicino a me, mi baci il collo, mi accarezzi, e io, mordendomi il labbro per non piangere, ti dico: «Just be kind, please».

«Of course».

Mi fai poi alzare e mi aiuti ad infilare il preservativo, mi dici come devo mettermi, i piedi per terra e le ginocchia sul letto per muovere meglio i fianchi, tu ti sdrai e appoggi i piedi sulle mie spalle. Vado piano, sono in territorio sconosciuto. Poi sulla sinistra del letto scopro un piccolo specchio appeso alla parete. Guardo l’immagine, noi nel suo riflesso, e mi sembra che siamo qualcosa di nuovo, di bello, che non ha un nome e che va oltre.

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