
Stava in piedi sul predellino del camion come qualsiasi altro giorno. La tuta grigia un po’ troppo grande gli sventolava addosso come una bandiera, mentre con la mano sinistra si afferrava alla scaletta. Tirò fuori il cellulare. Cinque messaggi della badante, uno di Vanessa. Ormai mancava soltanto l’ultima casa, i soliti due sacchi neri, e poi via a scornarsi perché le era toccato cambiare un pannolone. Era convinto che sua madre lo facesse apposta, di farsela addosso appena la badante andava via. Nel rimetterlo in tasca il cellulare gli sfuggì di mano, o perse la presa sulla scaletta, o l’autista aveva più fretta di lui di tornare a casa: fu un attimo e non sentì dolore, solo il rombo del camion che proseguiva dietro la curva. Subito avrebbe voluto alzarsi per corrergli dietro, dirgli che non c’era bisogno di guidare come un pazzo, che tanto a casa l’aspettavano solo vuoto e disordine e delusioni e bollette da pagare, che era uno stronzo, che il mondo era fatto di stronzi e che lui ne aveva piene le palle di sorbirseli tutti.
Ma rimase disteso sotto il cielo d’Aprile, incapace di muoversi o dire una parola. Era successo così anche a sua madre, pensò, ma già il pensiero della madre si disfaceva come materia inerte. Lo stesso accadeva dei suoi pensieri, e per un po’ lo attraversarono ricordi senza senso. Pensò a quando da bambino si buttava sull’erba per guardare il podere a testa in giù, finché non si addormentava e si svegliava col cane che gli leccava la faccia. Anche adesso potrei dormire, si disse, potrei. Aspettò di confondersi tra i bottoni d’oro e la porpora cardinalizia dei gigli, sotto i fiori di pesco che arrivano a folate fin sulla strada, ma gli tornarono in mente le ciambelle di Pasqua: saliva sullo sgabello, alzava il coperchio della madia e l’odore di anice lo investiva come un sospiro. La mattina di domenica suo padre stappava il vino dolce e lo obbligava a inzupparcele e poi bere il vino, che aveva imbottigliato qualche mese prima coperto da un velo d’olio. Ricordò l’ondata di nausea, che gli faceva chiudere gli occhi per non vedere le goccioline dorate ai margini del bicchiere.
Gli restava in testa un’idea come un dolore in bocca, un tormento fisso e sotterraneo che invadeva la sua attenzione. Aprì gli occhi. Si sforzò di mettere a fuoco. Ma era difficile come trattenere l’acqua con le mani, allora si sforzò di tornare alla vita. Pensò di nuovo a sua madre, a suo padre, a Vanessa, alle ciambelle di Pasqua. Alle bollette da pagare. E di nuovo gli sfuggirono tutti, come il fruscio delle macchine lungo la statale che sembrava ritirarsi sullo sfondo, assorbito insieme agli altri. Rimase una lucertolina verde che s’era fatta strada sul ciglio erboso in direzione della sua testa inerte. Aveva occhietti rotondi e vigili, la pelle color lime e nera e marrone palpitava appena, in un singhiozzo lieve. Le zampette impiastricciate di sangue lo fecero ridere, finalmente capì, era suo. Chiuse gli occhi e finalmente iniziò a fondersi: lasciò che il sole d’Aprile lo scaldasse, che gli facesse vibrare gli atomi proprio come quelli del pesco, dei gigli, della lucertola. Si disse che se avesse aperto gli occhi, avrebbe visto tutto arancione. Nessun rumore ormai sovrastava il fruscio del vento, nessuna sensazione il calore, e con sollievo percepì la propria assenza.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.