
Quando abbiamo iniziato a guardare Simplemente Alicia eravamo sinceramente scettici. L’idea di una protagonista che conduce due matrimoni paralleli con due uomini completamente diversi, sembrava troppo assurda, troppo costruita per reggere la tensione narrativa. Ci aspettavamo una serie eccessiva, magari un po’ grottesca, e invece, episodio dopo episodio, ci siamo accorti che qualcosa cambiava. Quella che sembrava una storia improbabile è diventata un racconto umano, ironico, a tratti persino delicato. E il merito è quasi tutto di lei, Verónica Orozco, che dà ad Alicia una profondità inattesa, una misura che tiene insieme il paradosso e la credibilità.
Alicia è una donna che vive una doppia vita sentimentale: da un lato un marito scrittore, brillante e un po’ egocentrico; dall’altro un ex sacerdote che ha lasciato la tonaca per amore. Due mondi lontanissimi, due case, due vite che lei cerca di far coesistere, spinta da un desiderio di completezza che si trasforma presto in labirinto. La serie, prodotta da Estudios RCN e diretta da Catalina Hernández e Rafael Martínez Moreno, con la sceneggiatura di Marta Betoldi e Esteban del Campo Bagu, parte da questo presupposto quasi inverosimile per poi spingersi altrove: dentro le fragilità, le illusioni e i compromessi del desiderio.
Visivamente il racconto è costruito su contrasti forti e la regia ne fa un elemento strutturale. Ogni casa, ogni spazio di vita di Alicia è costruito come se appartenesse a un universo autonomo, con luci, toni e ritmi diversi. L’effetto è quello di una doppia realtà che, man mano che la trama procede, si incrina fino a confondersi. Non c’è mai un’esplosione drammatica, ma un lento svelamento, come se la bugia iniziale si trasformasse in un modo per capire cosa resta vero quando tutto si duplica.
All’inizio, lo ammettiamo, ci sembrava troppo. Troppo paradossale, troppo spinto, quasi una commedia che sfiora il surreale. Ma col tempo abbiamo scoperto che quel paradosso, dosato con intelligenza, è proprio ciò che rende la serie interessante. Non è una farsa, non è nemmeno un melodramma: è una storia che osa un passo di lato rispetto al realismo e trova, in quel piccolo scarto, la propria sincerità. Forse è questo che ci ha conquistati: Simplemente Alicia è paradossale, ma non troppo. Sta in bilico tra ironia e malinconia, e in quell’equilibrio instabile trova la sua forma migliore.
Dal punto di vista tecnico, la serie è ben costruita. Gli episodi, circa diciannove, della durata di 40-45 minuti, scorrono con un ritmo che si fa via via più sicuro. La fotografia gioca con la duplicità, i dialoghi mantengono una freschezza naturale, e la colonna sonora accompagna senza sovraccaricare. Ci sono momenti di stasi, certo, e qualche sottotrama prevedibile, ma il disegno complessivo tiene: si sente la mano di una produzione solida e la volontà di fare un racconto che parli di amore, libertà e menzogna senza cadere nel moralismo.
Di fronte a una serie che pensavamo di abbandonare dopo il primo episodio, ci siamo trovati a seguirla con un certo affetto. Alicia non è un’eroina, non è una donna ideale, e proprio per questo ci somiglia. È contraddittoria, impulsiva, a volte fragile, e la sua storia assurda quanto basta diventa una lente per guardare i desideri contemporanei, la ricerca di sé e la difficoltà di scegliere.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.