
Questa serie mi ha devastata. Parto da qui. Disturba, fa riflettere, fa arrabbiare. E no, non è una storia vera, ma andiamo con ordine.
Tip Toe è una miniserie in cinque episodi scritta da Russell T Davies e ambientata a Manchester, costruita intorno a due uomini che abitano l’uno accanto all’altro da quattordici anni. Leo Struthers, interpretato da Alan Cumming, è il proprietario di un bar gay di Canal Street; Clive Goss, interpretato da David Morrissey, vive accanto a lui con la moglie Marie e i figli George e Saul. I due si conoscono da tempo e condividono quella strana familiarità che nasce tra vicini: abbastanza prossimi da conoscere frammenti delle rispettive esistenze, non abbastanza da potersi dire davvero amici.
Quell’equilibrio comincia però a guastarsi quando una serie di episodi incrina la convivenza e Leo scorge in Clive qualcosa che prima non aveva visto, o che aveva preferito non vedere. Le posizioni dell’uomo diventano sempre più ostili nei confronti del mondo di Leo e quella che potrebbe sembrare una schermaglia privata si allarga rapidamente fino a coinvolgere le loro famiglie, il locale, gli amici e un’intera comunità. Dentro questa contrapposizione acquista sempre maggiore importanza George, il figlio di Clive, che custodisce una parte della propria vita sconosciuta al padre e rende molto meno semplice la divisione tra due mondi apparentemente inconciliabili.
La trama, tuttavia, racconta soltanto una parte di ciò che rende Tip Toe una serie insolita, perché la vera sorpresa arriva quando i personaggi cominciano a parlare e Russell T Davies concede loro qualcosa che la televisione contemporanea ha sempre meno voglia di concedere: il tempo di sostenere un pensiero. I personaggi discutono, si contraddicono, dicono cose intelligenti e subito dopo altre discutibili, portando dentro una vicenda privata questioni che riguardano il tempo presente.
Si parla di diritti, di disinformazione, di omofobia, ma soprattutto di cosa succede quando qualcosa che pensavamo definitivamente acquisito torna a essere materia di discussione; si parla del linguaggio e della facilità con cui parole fino a poco tempo prima considerate irricevibili possano tornare a circolare, prima timidamente e poi con una disinvoltura sempre maggiore.
Tip Toe significa muoversi in punta di piedi e Davies sembra suggerire che certi cambiamenti possono insinuarsi nelle conversazioni quotidiane e nelle opinioni che ieri sarebbero sembrate sconvenienti e che oggi vengono accolte come una posizione legittima fra le altre.
Non è una storia vera, ma viene trattata come tale, anche i personaggi vengono “archiviati” nel racconto del loro futuro possibile.
Questa scelta aiuta a immedesimarsi di più nella storia e a smuovere quel senso di responsabilità che riguarda tutti.
Non riesco a smettere di pensarci. Una serie disturbante con un alto intento morale e sociale. Che amarezza, però.
Giornalista, mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore) e molti contributi sono stati pubblicati in diversi saggi. Ho un laboratorio di digital stoytelling presso l’Università del Salento.
Docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alterno comunicati stampa, la mia disappunti a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.






