
Arte contemporanea, ceramica, Fallas, archeologia, seta, scienza e perfino riso. Valencia possiede una mappa culturale molto più ampia di quella raccontata dalle sue immagini più famose.
Valencia ha un problema piacevole: appena si prova a raccontarla con un’immagine, ne arriva subito un’altra.
La Città delle Arti e delle Scienze, certo. Poi il mare, il Mercado Central, le Fallas, le biciclette nel Turia, le facciate del centro storico. Eppure basta cominciare a guardare gli indirizzi dei suoi musei per scoprire una città parallela. Una Valencia fatta di collezioni enormi e piccoli spazi specialistici, palazzi storici, case museo e luoghi dedicati a tradizioni che altrove difficilmente avrebbero conquistato una sala espositiva.
Sono decine gli spazi museali e culturali distribuiti in città. E la parte interessante sta nella loro varietà.
Il grande classico è il Museo de Bellas Artes, una delle pinacoteche più importanti della Spagna. La collezione permette di entrare nella storia dell’arte spagnola e valenciana e di incontrare, tra gli altri, Goya, Velázquez e soprattutto Joaquín Sorolla, pittore profondamente legato a Valencia.
Poi basta cambiare quartiere e secolo.
L’IVAM, Institut Valencià d’Art Modern, porta il racconto verso il Novecento e la contemporaneità. È uno dei luoghi che hanno contribuito a costruire l’identità culturale della Valencia moderna, con mostre temporanee, fotografia, installazioni e una collezione permanente che guarda alle avanguardie e alle trasformazioni artistiche del XX e XXI secolo.
Ma Valencia diventa particolarmente interessante quando i musei cominciano a raccontare cose molto valenciane.
Prendiamo le Fallas. Ogni marzo enormi costruzioni satiriche invadono la città per essere infine consegnate al fuoco. Qualcosa, però, sopravvive. Al Museo Fallero trovano posto i ninots indultats, le figure che negli anni sono state salvate dalla combustione. Messe una accanto all’altra diventano quasi un archivio involontario della società: cambiano i personaggi, i costumi, l’umorismo, i riferimenti politici e persino il modo di rappresentare i corpi.
Poi esiste un museo dedicato al riso. E a Valencia ha perfettamente senso.
Il Museo del Arroz racconta un prodotto che qui significa agricoltura, paesaggio, economia e cucina. Il riso conduce inevitabilmente verso l’Albufera e verso una cultura alimentare che ha costruito parte dell’identità valenciana ben prima che la paella diventasse una fotografia da social.
La città conserva anche una fortissima memoria della seta. Il Colegio del Arte Mayor de la Seda racconta tecniche, tessuti e mestieri legati a una produzione che per secoli ha avuto un peso enorme nell’economia locale. Uscendo dal museo, quella stessa storia continua nella città e trova uno dei suoi monumenti più spettacolari nella Lonja de la Seda, patrimonio UNESCO e testimonianza della potenza commerciale raggiunta da Valencia tra Medioevo ed età moderna.
Un altro percorso porta alla ceramica. Il Museo Nacional de Cerámica y Artes Suntuarias González Martí meriterebbe una visita già per il contenitore: il Palacio del Marqués de Dos Aguas, con la sua facciata barocca, sembra preparare il visitatore a ciò che troverà all’interno. Ceramiche, arredi e arti decorative raccontano il gusto e la vita domestica attraverso epoche differenti.
Per capire cosa esistesse prima della Valencia contemporanea bisogna invece scendere.
Il sito archeologico dell’Almoina, nel cuore della città, permette di leggere le stratificazioni urbane quasi come pagine sovrapposte: resti romani, testimonianze visigote e tracce della città islamica restituiscono una Valencia molto precedente ai grandi boulevard e alle architetture contemporanee.
E poi arrivano le persone.
Valencia conserva case museo dedicate a figure della propria storia culturale, dal pittore José Benlliure allo scrittore Vicente Blasco Ibáñez, fino alla cantante Concha Piquer. Sono musei piccoli rispetto alle grandi istituzioni, ma possiedono un vantaggio: fanno entrare la cultura dentro una dimensione domestica. Libri, mobili, fotografie e oggetti raccontano una biografia meglio di molte targhe commemorative.
C’è spazio persino per chi preferisce scheletri, esperimenti e tecnologia. Il Museu de les Ciències, dentro il complesso progettato da Santiago Calatrava, rappresenta il volto più conosciuto della Valencia scientifica e contemporanea. Il Museo di Scienze Naturali offre invece un percorso più classico tra evoluzione, fossili e biodiversità.
Alla fine emerge una caratteristica precisa: Valencia ha trasformato in museo praticamente ogni elemento della propria identità.
La festa diventa museo. Il riso diventa museo. La seta diventa museo. La ceramica diventa museo. Le case degli artisti diventano museo. Il sottosuolo diventa museo.
Ed è proprio questa moltiplicazione a rendere interessante la sua geografia culturale. Perché tra una visita al mare e una passeggiata nel Turia si può finire davanti a un ninot scampato alle fiamme, dentro un palazzo barocco oppure sopra i resti della città romana.
Valencia, vista dai suoi musei, sembra molte città raccolte dentro la stessa città.

Dalla tribou di Zazibou






