
Quale scrittore non ha avuto un vocabolario o un dizionario dei sinonimi e contrari sulla scrivania? Magari aperto su una parola cerchiata con la biro, o pieno di post-it che spuntano come segnalibri improvvisati. Da sempre, strumenti “intelligenti” come i libri di grammatica o i manuali di scrittura ci accompagnano mentre pensiamo, correggiamo, tentiamo di dir le cose meglio. Prima dei computer, dei telefoni e di ogni app, erano essenziali per dare forma al caos delle idee.
Il fatto che oggi questi strumenti siano diventati automatizzati non li rende però senz’anima. Un sistema di completamento automatico. Mitico T9 che finiva al posto nostro, può anche suggerirci la parola giusta, ma non può darci la fatica di trovarla, né il gusto di arrivarci da soli. Il processo creativo ha senso solo quando passa per la prova, per l’esperienza, per la lentezza dell’apprendimento. E questo, nessun algoritmo lo può imitare.
Per me, da profana informatica, questo libro è stato una rivelazione.
Perché la domanda è inevitabile, a cosa serve allora la poesia, quando i bot generano testi a velocità supersonica? A cosa serve un romanzo, se un algoritmo può rielaborare mille trame e sputarne fuori una nuova in pochi secondi? E la critica letteraria, a che serve, se ormai l’analisi del testo è un lavoro da statistici e da software di machine learning?
Dennis Yi Tenen non ha risposte facili a queste domande, il che è un bene. Il suo saggio è una specie di bussola per orientarsi in un mondo in cui la scrittura non è più solo una questione di parole, ma anche di dati, connessioni e architetture invisibili. Ci porta a vedere la letteratura da dentro una macchina: come i robot “leggono” una frase, come ne analizzano il ritmo, come imparano a riconoscere un’emozione. È un viaggio dentro il lato affascinante (e un po’ inquietante) della linguistica computazionale, dove le poesie si trasformano in codice e i romanzi diventano schemi numerici. E la cosa più strana è accorgerci che accade da secoli: tentiamo di addestrare le idee, le parole e i pensieri.
ChatGPT, in fondo, è solo l’ultimo anello di una lunghissima catena. Prima c’erano i manuali per scrivere commedie, i prontuari con esempi di incipit, i corsi di dattilografia creativa. Cambiano i mezzi, non l’intenzione: quella di capire come funziona la scrittura e provare a farla meglio. Scrittura e intelligenza artificiale sono due facce della stessa medaglia, entrambe nate dallo stesso umano desiderio: creare, comprendere, comunicare.
La contrapposizione uomo-macchina, dice Tenen, è una domanda sbagliata. L’intelligenza è un fenomeno collettivo – e le macchine, in questo contesto, ci sono sempre state.
Il libro è un viaggio nella storia nascosta dell’intelligenza artificiale: parte dai filosofi arabi medievali e dal sogno di un linguaggio universale, passa dalle fabbriche di fiction hollywoodiane, dai romanzi dell’Ottocento, fino ad arrivare a sistemi di controllo aereo addestrati sui racconti popolari russi (sì, anche questo esiste). È una miscela imprevedibile di storia, tecnologia e filosofia che rivela l’insospettabile legame fra letteratura e informatica.
Tenen ci ricorda che anche il correttore automatico di Word, quello che a volte ci fa impazzire con gli accenti sbagliati, è il risultato di uno sforzo umano secolare e collaborativo. Ogni tecnologia nasce da mani, menti, intuizioni. Non c’è nulla di “magico”: solo cooperazione.
E con una prosa che a tratti spiazza, ci porta a chiederci cosa significhi scrivere oggi. Cosa significhi leggere in un’epoca in cui ogni parola può essere analizzata, smontata, ricomposta da un algoritmo.
In un’intervista a Repubblica, Tenen dice una cosa interessante:
“Anche se sediamo soli nei nostri uffici, dovremmo immaginarci circondati da una rete collaborativa di persone che insieme contribuiscono alla nostra capacità di scrivere in modo più efficace e intelligente. Invece di un modello solitario di autorialità, propongo l’‘ipotesi della mente distribuita’. La maggior parte delle attività intelligenti – pensare, creare, scrivere – non è confinata alla nostra mente individuale. Sono sforzi sociali e collaborativi, resi possibili dalla tecnologia.”
Ecco, è proprio questo il punto. Anche se ci piace dirci “puri” e resistiamo all’idea di scrivere con l’aiuto dei bot, la verità è che la tecnologia è già entrata nelle nostre vite. Anche solo quando correggiamo una parola con lo smartphone, o cerchiamo un sinonimo su Google.
La teoria di Tenen non è solo un modo nuovo per guardare la letteratura: è un modo nuovo per guardare noi stessi. È come se, per la prima volta, potessimo sbirciare dentro un’altra mente – non quella di un uomo, ma quella di una macchina – e accorgerci che, in fondo, non sono poi così diverse.
Perché alla fine è sempre la collaborazione a vincere. È l’esperienza, il modo in cui arriviamo alle cose, che ci distingue e ci rende umani.
E come ricorda il Chicago Tribune, citato da Bollati Boringhieri per promuovere il libro, siamo noi a decidere l’impatto che la tecnologia avrà sul mondo. Non il contrario.
Dennis Yi Tenen Teoria Letteraria per robot,
Come i computer hanno imparato a scrivere
Traduzione di Andrea Migliori
Bollati Boringhieri
[📝 articolo di Daniela Gambino]

Daniela Gambino è scrittrice e giornalista. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo: le guide 101 cose da fare in Sicilia almeno una volta nella vita e 101 storie sulla Sicilia che non ti hanno mai raccontato (Newton Compton); i saggi Vent’anni, con Ettore Zanca (Coppola), Media: la versione delle donne – Indagine sul giornalismo al femminile in Italia (Effequ) e Conto i giorni felici (Graphe.it); i romanzi La perdonanza (Laurana), Bukowski e babbaluci e Due fuori luogo (Jack Edizioni), quest’ultimo presentato al premio Strega 2023 da Fulvio Abbate e ripubblicato da Revolver con il titolo La scighera. Ha una newsletter su Appunti, esercizi e riflessioni per chi vuole scrivere, creare e capire di più su se stesso, che potete ricevere iscrivendovi nell’apposito link