
C’è un tempo in cui smetti di aspettare e inizi a ricordare. Il lutto per le cose mai nate è il più infame: non puoi fotografarlo, non puoi metterlo su un altare, non puoi dirgli “riposa in pace”. Perché non è mai vissuto.
Ma ti ho cercato, lo giuro su tutto.
Ti ho cercato in ogni persona con le mani rovinate, nei libri letti a metà, nelle voci rauche mentre sanguinavo sotto la pelle.
Ti ho cercato come si cerca la febbre per sentirsi ancora vivi.
E quando non ti trovavo, mi bastava un sogno.
Ti bastava sparire.
Eri un maestro, in quello. Sparire. Senza fare rumore. Senza una frase finale.
Ogni tanto mi sveglio con un buco nella pancia. Non è fame. È un urlo che non ho mai fatto. O una carezza che non ho mai ricevuto. Dipende dal giorno. Dal sogno della notte. Dal grado di putrefazione dei miei ricordi.
La verità è che sei stato una specie di Dio minore, il tipo di presenza che non si vede, ma si sente. Come il rumore del frigorifero quando fai finta di dormire dopo aver pianto sul cesso.
Eri lì. Ma non eri lì.
Ti ho sognato ieri notte. Eri nel mio stomaco. Ridevi. O piangevi. Non lo so, il suono era lo stesso. Mi dicevi che ero bella. O che ero stronza. Anche quello, a conti fatti, suonava identico.
Quando parlo di te la gente fa quella faccia da preghiera ininterrotta. Gli occhi molli, le mani che non sanno dove mettersi. Mi dicono che il tempo aggiusta tutto. Ma non sanno un cazzo. Il tempo non aggiusta, il tempo copre. Come la polvere sui mobili che nessuno spolvera più.
Non mi hai mai guardata davvero.
Avevi sempre lo sguardo altrove.
Verso chi eri prima. Verso chi non potevi più essere.
E io, lì, a spellarmi le ginocchia davanti alla tua assenza.
Ti ho amato, cazzo.
Nel modo più scomodo, più inutile, più disperato possibile.
Ti ho amato anche quando mi ignoravi. In silenzio. In ritardo. A volte con vergogna.
Ti ho amato anche quando mi facevi incazzare.
Quando hai scelto l’assenza invece della presenza, l’orgoglio invece delle carezze, il buio invece di me.
Quando avresti potuto tenermi, ma hai scelto di lasciarti andare.
Quando ti ho detto “ci sono”, ma tu hai fatto finta di non sentire.
Eri sempre un passo fuori tempo.
Arrivavi quando avevo già chiuso la porta, o restavi troppo a lungo quando dovevi andare.
Avrei voluto che tu mi dicessi che andava tutto bene.
Che non c’era niente di sbagliato in me.
Invece ho imparato a implorare attenzione come una bambina che si sente sempre in debito. Con te. Con chiunque.
Hai lasciato i piatti sporchi, l’amore a metà, le parole non dette. Hai lasciato me. Che ti cercavo con la stessa ostinazione con cui si cerca un bar aperto alle quattro del mattino in una città che non ti vuole.
E sai la cosa più assurda? Ti perdono.
Ti perdono anche se non dovrei. Anche se non te lo sei mai meritato. Anche se non mi hai mai chiesto scusa. Ti perdono perché non ho alternative.
C’è un cassetto che non apro mai. È lì, in fondo, sotto i tovaglioli buoni e le medicine scadute. Ci sono lettere che non ho mai scritto, scontrini con nomi cerchiati, biglietti del tram per fermate dove non sei mai sceso. È lì che ti tengo. Tra la carta che ingiallisce e le intenzioni.
Non abbiamo mai fatto un viaggio insieme.
Non ti ho mai detto “resta”.
Ma mi hai detto addio così tante volte che ormai mi segue anche ad occhi chiusi.
Hai scelto l’impossibile.
Hai scelto di sparire.
E io sono rimasta lì, con le briciole sotto i piedi, cercando di farmi bastare i tuoi resti. Le tue parole spezzate. Le tue presenze intermittenti. Le tue mani ferme.
Tu sei l’incompiuto, l’irrisolto, la canzone che finisce troppo presto mentre stavi per cantare il ritornello. Sei quella tazza lasciata sul ripiano la mattina prima di partire, ancora con l’alone del caffè sulle pareti, ma fredda. Sempre fredda.
Ti ho visto passarmi accanto mille volte, senza mai voltarti. A volte eri un uomo con le mani grandi e le tasche piene di silenzi. Altre, una bocca che prometteva e poi si chiudeva, come un portone di notte. Ti ho inseguito nelle facce di sconosciuti, nei profumi della metro, in certi modi di ridere che mi strappavano il cuore perché non erano tuoi.
A volte ti vedo di spalle.
Cammini davanti a me, senza voltarti mai.
Hai l’andatura di chi ha fretta, o di chi sa che, se si gira, crolla.
Ti cerco negli spigoli dei giorni storti, nelle pagine dei libri che non riesco a finire.
Sei morto mille volte prima di morire davvero.
E io ho imparato a sopravvivere anche a questo.
Anche a te.
Un esperimento fallito, un amore abortito, una paternità sospesa.
Una distanza che non si colma nemmeno col tempo.
Avevi un modo strano di essere presente: come i sogni di febbraio, che scaldano e poi svaniscono appena apri gli occhi alle prime luci dell’alba.
Io ti aspettavo in ogni stanza vuota, nei corridoi delle domeniche pomeriggio, quelli con l’odore di minestra lontana e malinconia sui davanzali delle finestre.
E adesso parlo con te nella mia testa.
Ti scrivo lettere che poi brucio.
Mi infilo nei tuoi ricordi, quelli che mi spettano, ma non ho mai avuto.
Indosso la tua assenza come un vestito troppo largo, ma non riesco a togliermelo di dosso.
Non so se sei morto per davvero o solo per me.
Non so se mi manchi come padre o come amore.
Non so se il tuo silenzio era difesa, paura o indifferenza.
So solo che non ci sei.
Che non ci sei mai stato.
E che io continuo, testarda, a volerti comunque.
E fa un rumore diverso.
Più sordo. Più bastardo.
Non ti faccio la colpa.
Non più.
Perché amare chi non c’è, alla fine, è una forma di libertà.
O di follia.
Dipende dalla quantità di vino e di silenzio nella stanza.
