
Un inno scomposto alla vulnerabilità, alla rabbia, all’amicizia che scricchiola. E alla libertà di raccontare anche quando non si è amabili.
C’era una volta Sex and the City. Poi arrivò GIRLS.
Nel 2012, mentre la serialità americana tentava di conciliare emancipazione femminile e brillantezza pop, Lena Dunham sparigliava tutto con una serie HBO che sembrava dire: “Noi siamo così, e non ci interessa piacere.”
Nessun tacco a spillo, nessuna estetica patinata. Hannah, Marnie, Jessa e Shoshanna si muovono tra i quartieri meno cartolina di Brooklyn, parlano troppo, sbagliano spesso, si feriscono a vicenda e si amano senza saperlo dire. Non sono role model, non sono nemmeno particolarmente simpatiche. Ma sono vere.
GIRLS è la prima serie mainstream che ha avuto il coraggio di mostrare corpi imperfetti, sessualità goffe, insicurezze paralizzanti. E lo ha fatto senza mai chiedere scusa.
Hannah Horvath – alter ego della stessa Lena Dunham, che scrive, dirige e interpreta – è una ventenne che sogna di vivere di scrittura, ma spesso non scrive. È egocentrica, insicura, a volte respingente. Ma è anche profondamente umana.
Attraverso lei e le altre ragazze, la serie racconta senza filtri una generazione cresciuta con la promessa di poter fare tutto, e costretta poi a fare i conti con la realtà: affitti inaccessibili, relazioni tossiche, terapie infinite, lavori sottopagati, precarietà emotiva.
Eppure non c’è mai vittimismo, ma una continua, feroce voglia di capirsi. Anche quando fa male.
GIRLS non idealizza l’amicizia femminile. La seziona. La mette a disagio. La lascia andare e poi la riprende a pezzi. Le protagoniste si giudicano, si tradiscono, si evitano. Ma restano lì, come possono, legate da un affetto che non ha bisogno di essere perfetto per essere reale.
È un legame che si trasforma, come succede nella vita, dove spesso chi ci è stato accanto nei vent’anni non ci segue nei trenta. E la serie ha il coraggio di raccontarlo.
La scrittura è pungente, autocritica, disarmante. Gli episodi oscillano tra la commedia e il dramma, con momenti di poesia purissima (l’episodio con Patrick Wilson, la fuga a casa dei genitori, l’ultima conversazione tra Shoshanna e le altre).
La regia è spesso minimalista, quasi teatrale, e lascia spazio ai silenzi, agli sguardi, alle goffaggini. Non c’è nulla di costruito per piacere. E proprio per questo GIRLS conquista.
Non c’è redenzione, non c’è chiusura perfetta. Ma c’è crescita. GIRLS finisce con un respiro, con un momento sospeso che non dà tutte le risposte, ma fa sentire che, forse, si può iniziare a camminare da soli.
È uno dei finali più coerenti, emozionanti e sottovalutati della storia delle serie TV.
Perché ha cambiato il modo in cui si raccontano le donne.
Perché ha mostrato che si può essere protagoniste anche senza essere adorabili.
Perché ha reso visibili storie scomode, e ha dato spazio alla fragilità come forma di potere.
Perché ha anticipato molte delle battaglie culturali che oggi ci sembrano normali.
E soprattutto, perché ci ha fatto sentire – anche solo per un istante – che va bene essere un disastro.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.