
Otto episodi: un bambino che potrebbe essere morto, un padre in carcere per il suo omicidio, una fotografia che rimette tutto in discussione. E una quantità di segreti sufficiente a farci pronunciare la frase più pericolosa del binge watching: «Vabbè, ne guardo solo un altro».
Abbiamo visto Ovunque tu sia, la nuova miniserie thriller disponibile su Netflix, e possiamo dirlo subito: è una di quelle serie da divorare in un weekend. Non reinventa il thriller, non presenta una trama mai vista prima e gioca con parecchi meccanismi che conosciamo bene. Però funziona e soprattutto sa fare una cosa fondamentale per una serie di questo tipo: tenerti lì.
La storia parte da David Burroughs, interpretato da Sam Worthington, che sta scontando l’ergastolo per l’omicidio del figlio Matthew. David sostiene di essere innocente, ma ormai la sua vita sembra essersi fermata dietro le sbarre.
Cinque anni dopo arriva Rachel, sua ex cognata, con una fotografia scattata in un parco. Sullo sfondo compare un bambino che assomiglia incredibilmente a Matthew. C’è anche un particolare fisico che David riconosce immediatamente.
E allora la domanda cambia tutto: e se suo figlio fosse ancora vivo?
Da quel momento parte la macchina narrativa: fuga, indagini, inseguimenti, sospetti, vecchi segreti e personaggi che sembrano sapere sempre qualcosa in più di quanto raccontano. Gli episodi sono otto, generalmente tra i 35 e i 45 minuti, e Netflix li ha costruiti esattamente come ci aspettiamo da un buon prodotto da binge watching: quando pensi di poterti fermare, arriva l’informazione che ti costringe ad andare avanti.
Il motivo di questa sensazione di familiarità ha un nome: Harlan Coben. Ovunque tu sia, titolo originale I Will Find You, è tratta dal suo romanzo omonimo ed è l’ennesimo tassello della lunga relazione tra lo scrittore americano e Netflix. Se avete visto The Stranger, Un inganno di troppo o Missing You, sapete già più o meno in quale territorio vi state muovendo: famiglie apparentemente normali, persone scomparse, verità sepolte, fotografie che cambiano il significato del passato e una serie di rivelazioni distribuite strategicamente lungo il percorso.
La trama, quindi, non rappresenta una grande novità. Il padre accusato ingiustamente, la persona creduta morta che potrebbe essere viva, il complotto, la caccia alla verità: abbiamo già incontrato molti di questi elementi.
La differenza la fa lo sviluppo: Ovunque tu sia accumula informazioni, apre piste, le chiude, ne apre altre e riesce quasi sempre a lasciarci con il dubbio di aver capito tutto qualche minuto prima di scoprire che, ovviamente, non avevamo capito niente.
Anche qui Netflix ha giocato bene. David è Sam Worthington, il Jake Sully di Avatar, mentre Rachel è interpretata da Britt Lower, che chi guarda Severance riconoscerà immediatamente.
Poi compare Milo Ventimiglia, e qui partono inevitabilmente i ricordi seriali: Jess Mariano di Una mamma per amica, Peter Petrelli di Heroes, Jack Pearson di This Is Us. Nel cast troviamo anche Erin Richards, già Barbara Kean in Gotham, Chi McBride, Logan Browning, Jonathan Tucker e Peter Outerbridge.
E sì, c’è anche una parte di Revenge. C’è infatti Madeleine Stowe, che per quattro stagioni è stata Victoria Grayson, una delle grandi cattive – e diciamolo, una delle grandi icone – della serialità televisiva degli anni Dieci. Rivederla in un thriller costruito su segreti familiari, bugie e persone che hanno parecchie cose da nascondere produce anche un piacevole effetto déjà-vu.
Sì. Ovunque tu sia appartiene a quella categoria di serie che conosce perfettamente il proprio compito: intrattenere, creare tensione e convincerti a premere “episodio successivo”.
A tratti bisogna anche accettare qualche svolta particolarmente ardita e sospendere volentieri l’incredulità. Ma fa parte del gioco: siamo dalle parti del thriller pop, quello che preferisce aggiungere un colpo di scena piuttosto che lasciarti qualche minuto per controllare il telefono.
E a noi va benissimo così: tiene il fiato sospeso, ha un cast molto riconoscibile e soprattutto sviluppa una premessa apparentemente già vista in maniera abbastanza intrigante da farci arrivare velocemente all’ottavo episodio.
Il nostro consiglio è semplice: iniziarla quando avete davanti un weekend abbastanza libero.

Dalla tribou di Zazibou






