Racconti #10 | Il circolo del degrado e dell’arte • Luca Drappo

RaccontiAgosto 25, 2026

il circolo del degrado e dell’arte 

“la scrittura rende liberi, la lettura consapevoli.” 

“al massimo è il contrario.” 

“hai mai scritto in vita tua?” 

“no, però medito.”

“e che cosa c’entra?” 

“scrivere è come meditare. impari a conoscere la tua vera natura. quella parte di te  che hai represso negli anni.” 

“e se scrivessi solo per intrattenimento?” chiedo prima di avvicinare il boccale di  birra alle mie labbra assetate. questo posto è arredato da schifo ma ci passano delle persone interessanti: il contrario di quel bar del centro che ho sempre  frequentato. 

“beh, anche quello definirebbe chi sei. una persona leggera.” 

“mi sembri presuntuoso. quindi, se uno scrivesse solo di baldracche moldave o incesti famigliari, lo definiresti una persona leggera?” 

“si. o forse una persona stanca, che cerca una via di fuga dalla realtà.”  non rispondo e squadro il tipo da testa a piedi, aspettando che dica realmente ciò che pensa. non dice nulla e così ci penso io. 

“O FORSE, UNA PERSONA UN PO’ SCEMA CHE NON SA FARE ALTRO, A  PARTE SCRIVERE DI BATTONE E INCESTI?” 

“ti stai definendo scemo?” 

“in che senso?” 

“è ovvio che tu scriva solo cose demenziali. l’ho capito dieci minuti fa.”  mica scemo il tipo. 

“come?” 

“ho visto il tatuaggio di Homer Simpson sul tuo tricipite mentre andavo in bagno.”  “non pensavo che i buddhisti fossero così prevenuti.”

“ho detto che medito con regolarità, non mi sono definito buddhista.”  “è la stessa cosa. comunque, si. scrivo di baldracche moldave e incesti e anche di  cose peggiori. ma ho anche dei difetti. e un cuore grande.”

“questo non lo metto in dubbio.”

m’attacco di nuovo alla caraffa e ripenso alla rata del mutuo e alle raccomandate  della polizia che si tramuteranno in multe e alla mia inquietudine che si tramuterà in  collera, appena ne avrò la certezza. 

m’hanno licenziato da quel magazzino di merda e godo. ma ora sono costretto a  ricominciare da capo e trovare un’altra occupazione, e per questo godo meno.  “ti presento il mio amico Gianfranco.” dice Simone il buddhista.  “ciao, Gianfranco.” rispondo. 

“ciao amico. come stai?” 

“una crema.” 

“Gianfranco è batterista di una band che suonerà qui stasera.” 

un buon motivo per tornarsene in centro, in quel bar che ho sempre odiato.  “ma che bravi. cosa suonate?” 

“rock’n roll amico. ribelli per sempre.” accompagna le parole facendo le corna con  le mani e tirando fuori la lingua. a parte che gliela taglierei. ma poi quale ribellione?  l’effetto della birra mi sprona a farglielo notare. se non hai mai affrontato la realtà,  ora lo farai. ti costringerò a farlo. è finito il tempo delle favole, Gianfranco.  “ma ribelli per sempre cosa? ribelle per una notte al massimo. domani tornerai ad  essere un cretino come tutti. aprirai gli occhi sul tuo materasso bucato e  puzzolente, sbattuto per terra in mezzo a un appartamento condiviso con altri  cinque ribelli e desidererai morire. ricorderai di essere sommerso dalle bollette e  dai debiti e dall’hangover e non ti sentirai più onnipotente ma una vera e propria  nullità.” 

“ok, per oggi può bastare così.” suggerisce Simone il buddhista con grande calma.  Gianfranco il batterista non reagisce. ride e mi da una pacca sulla spalla. mi sento  ancora più idiota. Nel frattempo, tre individui tatuati, carichi di strumenti e di energia  varcano la soglia di questo circolo culturale (o bar per disagiati) e vengono nella  nostra direzione. Gianfranco gli fa un cenno e poi apre la bocca. Neanche questa  volta m’insulta. Anzi, a dirla tutta, si rivolge al buddhista. “Simone, parliamo dopo di  quel progetto per i bambini del quartiere! Ora devo salire sul palco e infiammare  questo posto.” 

“vai e spacca tutto. ci vediamo dopo.” 

Gianfranco e gli altri tre camminano verso il backstage e per un attimo penso di  abbandonare il locale prima che l’esibizione cominci. poi noto quattro strafighe  sedute a un tavolo in lontananza e cambio idea. scarto l’ipotesi che si tratti delle  fidanzate dei rocker. loro sono troppo liberi, ribelli per cedere all’amore.  “perchè devi essere così maleducato? sei intelligente.. cavolo.”

“e dilla una parolaccia, buddhista. come fate a non incazzarvi mai? anche questo  Gianfranco cazzo. gli ho sputato addosso tutta la frustrazione che m’era rimasta in  corpo e niente. nessuna risposta. solo uno stupido sorriso come a dire poverino. ti  capisco. provo così tanta pena per te che mi stai quasi simpatico.” “la compassione è uno dei pilastri della cultura buddhista. uno strumento fortissimo  che vive dentro ognuno di noi e che ci permette di vivere una vita più serena.”  intanto una delle quattro donne sedute là in fondo mi fa l’occhiolino. oggi ho  dimenticato gli occhiali a casa, ma ne sono quasi sicuro. faccio lo stesso e poi  rispondo al buddhista. 

“sai cosa mi rende più sereno? un pacco di Marlboro in tasca. e una macchina da  scrivere. quella m’aiuta molto.” 

“dovresti proprio meditare.” 

“non ho ne tempo né voglia: due requisiti fondamentali per addormentarsi a gambe  incrociate pensando al senso della vita.” 

“meditare non significa pensare, idiota.” 

“O VEDI CHE LE SAI DIRE LE PAROLACCE, ALLORA. CHE BELLO.”  “fammi finire. meditare, come detto, non significa pensare, ma osservare.”  “ma cosa stracazzo osservo se devo tenere gli occhi chiusi?” 

“domanda legittima ma idiota. osservi i tuoi pensieri e le tue emozioni. potresti  vedere da vicino tutto quell’odio che porti dentro, lo stesso che hai scaricato  addosso a Gianfranco. Scopriresti che si tratta d’invidia. E smettila di fare  l’occhiolino a sua moglie. sembri strabico.” 

“quella bella bionda è la moglie…. del batterista? lo stesso che dorme sul  materasso bucato e condivide l’affitto con altri quattro disadattati?”  proprio in quel momento – come se l’universo, nel quale Simone crede e io un po’  meno, l’avesse programmato – si sente un primo colpo di batteria. le luci si  spengono. scrivo ai miei amici benestanti per sapere cosa faranno questa sera.  l’ipotesi del bar in centro è più viva che mai. 

 “si. è la moglie del batterista. mi dispiace dirtelo, ma si può essere ribelli e credere  nell’amore allo stesso tempo. si può scegliere di essere liberi anche con delle  responsabilità sulle spalle.” 

gli rido in faccia e ordino un’altra birra per sopportare un tale quantità di idiozie.  nel frattempo, la batteria diventa sempre più insistente, entra una chitarra e la voce  di qualche idiota, presumo il cantante, inizia a chiedere al pubblico di fare casino. le  uniche a rispondere sono quelle quattro donzelle in cui avevo riposto tutta la mia  fiducia per rendere, almeno questa notte, più lieve.

“senti, dato che sei appassionato di letteratura, ti consiglio un romanzo che parla della convivenza tra libertà, autenticità personale e amore. si chiama l’alchimista, di un tale Paulo Coelho, ed è uscito l’anno scorso.” 

“quella specie di favola per bambini, con le pecore, i guerrieri nel deserto e i miracoli?” 

“esatto.” 

“ho letto dieci pagine e mi sono addormentato. poi ne ho lette altre sessanta e gli ho dato fuoco.” 

le luci si riaccendono e la band inizia a suonare con furore e mi costringe ad alzare la voce. finisco la quinta birra e vomito disillusione, turbato dall’apparente felicità con la quale Gianfranco e il suo gruppo vivono la musica e la vita.  “buddhista, davvero credi che una persona possa essere libera dai debiti e dalle  tasse, facendo una linguaccia? credi che suonare GRATIS il venerdì sera, in locali  marci come questo, sia sufficiente per redimersi? che un’anima devota al rock’n roll  basta a salvarti da un matrimonio noioso e una casa da mantenere e un giardino da  tagliare, dalla Coca Cola, dalle promozioni sugli scaffali, dalla televisione, dalle  bibite zuccherate e dai pop corn, da Andy Warhol, dalle banche e dai mutui e dal  Superbowl?” 

lo grido con tutta la rabbia del mondo, assicurandomi che il messaggio raggiunga i timpani di Simone. il buddhista rimane impassibile. si prende qualche secondo per riflettere. E poi… 

“e tu, credi che questo atteggiamento basterà a salvarti dal mondo e da tutte le cose che hai elencato?” 

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