
Siamo ormai quasi abituate a serie televisive che parlano di donne attraverso il filtro della famiglia, del lavoro o dell’amore romantico, Le ragazze dell’ultimo banco sceglie un’altra via: quella del patto tra amiche come forma di sopravvivenza. No, non nel senso melodrammatico del termine, ma come gesto politico e spirituale. Il racconto parte da un presupposto semplice ovvero cinque donne, un viaggio e una notizia che cambia le regole del gioco. Da subito il racconto si rivela un terreno di libertà narrativa, dove la malattia diventa solo un punto di partenza per interrogare la vita.
Daniel Sánchez Arévalo costruisce la serie come una coreografia di verità imperfette, in cui ogni personaggio esiste non tanto per rappresentare un archetipo, quanto per incarnare una tensione tra ciò che siamo e ciò che ci è concesso essere. La forza del racconto sta nel modo in cui il dramma non viene mai usato per generare pietismo, ma per generare movimento. Qui il dolore non paralizza, affatto: apre spazi di gioco, ironia, insensatezza, e proprio lì fiorisce la possibilità di essere autentici.
Il ritmo della serie è volutamente irregolare, come irregolare è l’esistenza quando si smette di fingere che tutto sia sotto controllo. Non c’è la linearità rassicurante delle serie consolatorie: qui ogni episodio sembra esplorare una diversa declinazione dell’amicizia, la cura, la distanza, la rabbia, la nostalgia, la risata. Forse più di tutto, la sorellanza, quella autentica che a volte dimentichiamo esista ancora.
Non vuole far piangere Le ragazze dell’ultimo banco, non chiede allo spettatore di “commuoversi per”, bensì di “riconoscersi in”: l’empatia nasce non dalla compassione, ma dalla vicinanza. Ed è questa la forza della serie che, ça va sans dire, è da vedere per sottrarre la malattia al linguaggio del dolore e restituirla a quello della vita.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.