
Ci sono scrittrici che il tempo, per motivi oscuri, lascia ai margini. Non perché la loro voce sia meno potente, ma forse proprio perché è troppo netta, troppo scomoda. Laudomia Bonanni è una di queste.
Una voce che ha attraversato il Novecento con una forza silenziosa, raccontando la miseria, il giudizio sociale, la maternità negata, la condizione femminile, molto prima che certi temi diventassero dibattiti pubblici.
Nata a L’Aquila nel 1907, Bonanni visse una vita piena di impegno civile e culturale: fu insegnante, direttrice scolastica, giornalista, critica letteraria. Pubblicò il suo primo romanzo già negli anni Quaranta, ma fu negli anni Sessanta che raggiunse una certa notorietà, vincendo premi importanti come il Viareggio e arrivando finalista allo Strega.
La sua prosa è essenziale, concreta, priva di retorica. Eppure capace di toccare, con pochi gesti, le pieghe più profonde dell’animo umano.
Il romanzo più noto è sicuramente L’imputata (1960): una storia durissima in cui una giovane donna viene processata per infanticidio.
Ma Bonanni non si limita a ricostruire una vicenda giudiziaria: attraverso la protagonista, osservata con uno sguardo spietato ma mai privo di pietà, racconta l’abbandono, la miseria materiale e spirituale di un’Italia minore, dove la povertà non è solo mancanza di denaro, ma soprattutto mancanza di voce, di ascolto, di riscatto.
In un passaggio del libro si legge:
“La sua colpa era quella di esistere senza che nessuno l’avesse veramente voluta.”
È una frase che sintetizza molto della scrittura di Bonanni: il dolore come condizione primigenia, come eredità e condanna.
Altre opere, come La strada (1962) o Vicolo (1965), continuano questo scavo nei margini: sono storie di infanzie spezzate, di solitudini inascoltate, di donne costrette a sopravvivere in ambienti ostili.
Non ci sono eroi nei romanzi di Bonanni, né redenzioni facili.
C’è solo una grande attenzione alle microstorie, agli sconfitti, a quelli che il progresso economico stava dimenticando anche mentre si celebrava il boom industriale.
Negli ultimi decenni, Laudomia Bonanni è stata quasi rimossa dal canone letterario. Riletta oggi, risuona con una forza nuova: parla di un’Italia sommersa, di disuguaglianze strutturali, di esclusioni che, sotto forme diverse, esistono ancora.
La sua scrittura, così nitida e implacabile, ci interroga su cosa significhi veramente ascoltare chi non ha potere, chi non ha voce.
Riscoprire Bonanni non è solo un atto di memoria. È un gesto politico.
È riconoscere che nella letteratura, come nella vita, le storie più urgenti sono spesso quelle che nessuno vuole raccontare.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.