
Doveva essere la soluzione più semplice: un abbonamento, un catalogo enorme, niente palinsesti e una spesa tutto sommato contenuta. Poi le piattaforme si sono moltiplicate, le serie si sono distribuite tra servizi diversi e gli abbonamenti hanno iniziato a sommarsi. L’ultimo segnale arriva dagli Stati Uniti, dove Apple ha appena aumentato ancora il prezzo di Apple TV: dal 28 agosto l’abbonamento mensile è passato da 12,99 a 14,99 dollari, mentre quello annuale è salito da 99 a 119 dollari. Quando il servizio debuttò nel 2019 costava 4,99 dollari al mese.
Preso singolarmente, un aumento di due dollari potrebbe sembrare poca cosa. Il problema emerge quando Apple TV viene messo accanto a Netflix, Disney+, Prime Video, NOW e a tutti gli altri servizi che nel frattempo abbiamo aggiunto alle nostre televisioni. Per vedere le serie di cui tutti parlano non basta più sapere cosa guardare: bisogna prima ricordarsi dove si trova.
La frammentazione dei cataloghi ha cambiato parecchio il modo in cui utilizziamo lo streaming. Una serie è su Netflix, un’altra su Apple TV, un film che aspettavamo arriva su Prime Video, la produzione HBO del momento richiede un altro abbonamento. Dieci euro qui, sette là, altri quindici altrove e quella che sembrava una spesa quasi trascurabile comincia ad avere un peso diverso.
In Italia Netflix propone attualmente abbonamenti da 6,99 a 19,99 euro al mese. Disney+ ha invece tre prezzi mensili ordinari: 6,99 euro per Standard con pubblicità, 10,99 per Standard e 15,99 per Premium, anche se al momento sono disponibili tariffe promozionali per chi sottoscrive un piano di sei mesi. Prendendo come riferimento i listini ordinari e scegliendo soltanto Netflix Premium e Disney+ Premium si arriva già a 35,98 euro al mese, oltre 430 euro in un anno. E nel conto non abbiamo ancora inserito Prime Video, Apple TV, NOW e gli altri servizi.
Uno dei cambiamenti più evidenti riguarda proprio gli annunci. La possibilità di guardare film e serie senza interruzioni era stata per anni uno dei grandi elementi di distinzione tra streaming e televisione tradizionale. Adesso i piani più economici di alcune delle principali piattaforme prevedono nuovamente la pubblicità.
La differenza è diventata parte del prezzo: si può spendere meno accettando gli annunci oppure pagare di più per eliminarli. In pratica, una caratteristica che un tempo definiva l’esperienza dello streaming è diventata un servizio premium.
Non è un fenomeno soltanto italiano. Una recente analisi di Ampere Analysis sui tre grandi operatori Netflix, Disney+ e Prime Video mostra che negli ultimi tre anni gli aumenti sono stati particolarmente consistenti nell’Europa occidentale. La crescita media mensile registrata nell’area è stata di 1,86 dollari, superiore a quella degli Stati Uniti e degli altri mercati considerati. Allo stesso tempo, però, gli aumenti stanno rallentando: secondo Ampere, la crescita media applicata dalle tre piattaforme è passata dal 24% del 2023-24 al 14% del 2025-26. Un segnale abbastanza chiaro del fatto che anche la disponibilità degli spettatori a spendere ha un limite.
Lo streaming resta comodo, offre una quantità enorme di produzioni e ci permette una libertà che la vecchia televisione non aveva. È cambiata però la promessa economica che lo accompagnava agli inizi. La scelta è aumentata, ma si è divisa tra molti cataloghi e ogni catalogo ha il proprio prezzo. Così siamo passati dal chiederci cosa danno stasera in TV al chiederci su quale piattaforma sia, quanto costa e se siamo ancora abbonati.
Il futuro era lo streaming. Solo che nessuno aveva detto che avremmo avuto bisogno di una calcolatrice.

Dalla tribou di Zazibou






