
Abbiamo visto tutta Finding Her Edge, spinti, come spesso accade, da quel suggerimento che Netflix piazza con aria sicura: “Pensiamo che ti appassionerà”. E quando lo dice, inevitabilmente, un po’ ci credi.
La serie, uscita a gennaio 2026 sulla piattaforma, è composta da una prima stagione di otto episodi da circa 40-45 minuti ciascuno e mescola dramma adolescenziale, sport e romanticismo. È ispirata all’omonimo romanzo di Jennifer Iacopelli e ambientata nel mondo del pattinaggio artistico competitivo, tra piste di ghiaccio, sogni infranti e voglia di riscatto.
La protagonista è Adriana Russo, giovane pattinatrice costretta a tornare sul ghiaccio per salvare l’attività di famiglia e ritrovare se stessa dopo un periodo difficile. Accanto a lei si muovono il nuovo partner (e interesse amoroso strategico), l’ex che riemerge dal passato e una famiglia che porta con sé conflitti, aspettative e fragilità. Il tutto immerso in un’estetica invernale molto curata, che punta dritta al cuore dello spettatore.
E qui va detto: Finding Her Edge è tenera. Ha un messaggio bello e pulito sul credere nei propri sogni, sul rialzarsi dopo una caduta, in senso letterale e metaforico, e sull’importanza di trovare la propria strada senza farsi schiacciare dalle paure. Le scene sul ghiaccio funzionano, alcune dinamiche familiari sono toccanti e in più di un momento il racconto riesce davvero a scaldare.
Il problema è che, tolta la dolcezza, resta una struttura che sa troppo di favola romantica già vista.
Fin dai primi episodi si ha la sensazione di muoversi dentro una storia trita e ritrita: la ragazza in crisi che torna alle origini, il partner misterioso che nasconde una sensibilità inattesa, l’ex che complica tutto, la competizione decisiva che diventa prova di crescita personale. Ogni passaggio arriva esattamente quando te lo aspetti, ogni conflitto segue binari sicuri, senza mai davvero sorprendere.
Non è una serie fatta male, anzi, è confezionata con cura, ma gioca sempre in difesa, rifugiandosi nei cliché del romance sportivo. E quando Netflix te la propone come qualcosa che dovrebbe emozionarti profondamente, il confronto con le aspettative pesa. Alla fine rimane una visione piacevole, ideale per chi cerca una storia confortante, leggera, senza troppe complicazioni. Una di quelle serie che scorrono via lisce e lasciano un sorriso. Ma per chi sperava in un racconto più intenso, più originale, più capace di andare oltre la favola natalizia in versione pattinaggio artistico, resta una punta di delusione.
Insomma: dolce sì, con un bel messaggio anche. Ma da un sogno… ci aspettavamo di più.
Giornalista, mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore) e molti contributi sono stati pubblicati in diversi saggi. Ho un laboratorio di digital stoytelling presso l’Università del Salento.
Docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alterno comunicati stampa, la mia disappunti a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.