
Trent’anni dopo la prima pubblicazione, Infinite Jest resta uno di quei libri impossibili da liquidare in modo semplice. Non è soltanto un romanzo enorme, quasi intimidatorio, con oltre mille pagine, note finali, struttura frammentata, deviazioni continue e l’ambizione dichiarata di contenere un’intera epoca. È anche uno dei grandi oggetti contraddittori della narrativa americana contemporanea: diseguale, geniale, esasperante, capace di momenti di intensità rara e insieme di cadute vistose, eccessi, lungaggini, squilibri.
La sua importanza non sta solo nelle dimensioni o nella difficoltà. Infinite Jest è diventato centrale perché ha intercettato un passaggio decisivo della cultura americana e occidentale: il momento in cui l’ironia postmoderna, dopo aver smontato tutto, cominciava a mostrare la propria stanchezza. Wallace arriva dopo DeLillo, Pynchon, Barth, Barthelme, e ne eredita molti strumenti: la struttura labirintica, il complotto, la parodia, l’enciclopedismo, la contaminazione tra cultura alta e popolare. Ma arriva anche dopo la generazione più cinica dei primi anni Novanta, quella di Bret Easton Ellis, Tama Janowitz e Jay McInerney: una narrativa fatta di superficie, droga, consumo, vuoto, corpi anestetizzati, giovani privilegiati incapaci di credere davvero in qualcosa.
Il problema, per Wallace, era che quella letteratura rischiava di essere diventata complice di ci che voleva criticare. L’ironia, la distanza, il nichilismo elegante e l’anomia da consumo non bastavano più. Se il mondo stava diventando sempre più frammentato, commerciale, dipendente dall’intrattenimento e dalla distrazione, una narrativa che si limitava a riflettere quel vuoto finiva per confermarlo. Infinite Jest nasce dentro questa crisi: in superficie è ancora un romanzo postmoderno, pieno di dispositivi, sigle, complotti, salti temporali, note, parodie e invenzioni satiriche; ma sotto questa superficie cerca una nuova forma di serietà. Non una serietà ingenua, ma la possibilità di parlare ancora di empatia, sofferenza, dipendenza, responsabilità, cura. Quella che poi sarebbe stata chiamata “nuova sincerità” prende forma proprio qui: nel tentativo di attraversare il postmoderno senza restarne prigionieri.
Il punto è che Infinite Jest non parla soltanto di intrattenimento: lo aggredisce dall’interno. È, in un certo senso, l’anti-intrattenimento. Il romanzo ruota attorno alla ricerca di un film così irresistibile da annullare chiunque lo guardi: un’opera capace di dare un piacere assoluto, definitivo, talmente perfetto da cancellare ogni altro desiderio. Chi lo vede non vuole più vivere, mangiare, parlare, amare, muoversi. Vuole solo continuare a guardarlo. L’“Intrattenimento” è la droga perfetta proprio perché non si presenta come droga: non promette degradazione, ma soddisfazione totale.
Da qui bisogna partire per capire perché il romanzo stesso sia così difficile, faticoso, spesso frustrante. Wallace costruisce un libro che nega al lettore molte gratificazioni abituali della narrativa: una trama lineare, una progressione chiara, una conclusione pienamente risolutiva, un rapporto ordinato tra causa ed effetto. Il primo capitolo è, cronologicamente, uno degli ultimi eventi della storia; molte linee narrative restano sospese; diverse domande fondamentali non ricevono risposta. Il lettore attraversa il romanzo aspettando che la trama “paghi”, che il meccanismo si chiuda, che il senso arrivi sotto forma di ricompensa. Ma quella ricompensa viene continuamente differita.
In questo senso, Infinite Jest è anche un percorso di disintossicazione. Ci obbliga a sperimentare una piccola crisi d’astinenza dalle forme classiche del piacere narrativo. Vogliamo il colpo di scena, la spiegazione, la chiusura, il sollievo. Wallace invece ci chiede di restare dentro la difficoltà, di non contare le pagine come giorni di astinenza, di procedere un pezzo alla volta. La fatica non è un incidente del romanzo: è parte della sua forma. Il libro non vuole soltanto raccontare la dipendenza dall’intrattenimento; vuole farcela sentire.
Il cuore più duraturo del romanzo non si trova infatti nelle sue impalcature satiriche o nel complotto politico, ma nell’oscillazione tra due luoghi del Massachusetts: la Enfield Tennis Academy e la Ennet House, una casa di recupero per tossicodipendenti e alcolisti. Da una parte ci sono i giovani atleti, la disciplina, il talento, la competizione, la promessa del successo. Dall’altra ci sono i corpi segnati, le ricadute, le riunioni, la vergogna, la fatica della sobrietà, il bisogno di sopravvivere a se stessi. Questi due mondi non si incontrano mai del tutto, ma si rispecchiano continuamente.
Hal Incandenza e Don Gately incarnano i due poli del romanzo. Hal è un prodigio del tennis e un genio accademico: intelligente, privilegiato, pieno di potenziale. È per anche bloccato, paralizzato dalla propria autocoscienza, incapace di trasformare quel potenziale in una vita adulta. Il suo nome richiama insieme il principe Hal di Shakespeare e HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio: da una parte il giovane principe, dall’altra la macchina. Hal è proprio questo: un ragazzo promesso a tutto che finisce per diventare quasi un automa, una coscienza brillante ma chiusa.
Gately, invece, è un ex ladro, un tossicodipendente in recupero, un uomo grande, imperfetto, spesso goffo, ma capace di cura. Se Hal è chiusura, Gately è apertura. Le parti dedicate alla Ennet House, alle riunioni degli Alcolisti e Narcotici Anonimi, alle confessioni, alle storie di dipendenza, alla fatica ripetitiva e poco eroica del non ricadere, sono probabilmente il risultato più forte del romanzo. Qui Wallace smette di voler dimostrare la propria intelligenza e comincia davvero a guardare qualcosa: la dipendenza, la vergogna, la ripetizione, il bisogno di affidarsi a pratiche che possono sembrare banali proprio perché non esiste un’alternativa migliore.
La dipendenza è la vera materia di Infinite Jest. Non soltanto dipendenza da sostanze, ma dall’intrattenimento, dall’immagine, dal successo, dalla fama, dal piacere, dall’approvazione, dalla distrazione. Attraverso il film letale, Wallace formula una diagnosi cupa del capitalismo consumistico americano. Una società fondata sull’intrattenimento permanente finisce per trasformare tutti in dipendenti: dagli stimoli, dalle immagini, dalla celebrità, dal consumo, dalla promessa di un piacere sempre disponibile e sempre insufficiente.
Letto oggi, questo aspetto appare persino più evidente di quanto potesse esserlo nel 1996. Wallace non ha visto fino in fondo l’ecosistema dei social network, lo streaming infinito, l’attenzione trasformata in metrica, il piacere convertito in interfaccia, il consumo culturale ridotto a scorrimento continuo. Ma Infinite Jest sembra anticipare proprio questa condizione: non perché preveda tecnicamente il futuro, ma perché coglie la struttura emotiva del presente. La nostra dipendenza non nasce solo da ci che guardiamo; nasce dal modo in cui impariamo a desiderare di essere distratti.
Qui emerge anche il limite più evidente di Wallace. La sua visione morale è fortissima, ma la sua immaginazione politica è debole. Vede con chiarezza la sofferenza prodotta dalla cultura del consumo, ma fatica a immaginare una risposta collettiva. La via d’uscita resta quasi sempre individuale: disintossicarsi, imparare ad annoiarsi, stare soli, resistere allo stimolo, recuperare attenzione, disciplina, cura. Per questo Infinite Jest è potentissimo sul piano etico, ma meno convincente su quello politico.
C’è poi un altro limite che oggi pesa ancora di più: il modo in cui Wallace scrive le donne. Sa rappresentare con enorme precisione certi uomini, soprattutto giovani uomini intelligenti, feriti, introversi, paralizzati dalla propria coscienza. Le donne, invece, risultano spesso meno vive: funzioni, proiezioni, fantasie, dispositivi simbolici più che personaggi pienamente autonomi. Il caso più evidente è proprio l’Intrattenimento, al cui centro c’è un’immagine femminile materna, erotica e colpevole: un’allegoria potente, ma anche problematica, che il romanzo non riesce davvero a mettere a distanza.
Tutto questo non significa che Infinite Jest possa essere archiviato. Al contrario, il suo ruolo nella letteratura americana successiva resta enorme. È un libro pieno di difetti, talvolta irritante, spesso eccessivo, non sempre riuscito; ma ha modificato il modo in cui una parte della narrativa e della non-fiction letteraria ha pensato se stessa. Ha influenzato l’idea del romanzomondo, la fusione tra saggio e racconto, il tono della scrittura culturale, la figura dello scrittore brillante e tormentato, il tentativo di parlare seriamente dopo l’ironia senza fingere che l’ironia non sia mai esistita.
Il paradosso è proprio questo: Infinite Jest potrebbe non essere il capolavoro assoluto che il suo culto ha spesso voluto vedere, e potrebbe persino essere un romanzo fallito sotto molti aspetti. Ma è un fallimento enormemente produttivo, uno di quei libri che continuano a generare discorso, imitazioni, rifiuti, entusiasmi e insofferenze. Forse la sua grandezza non coincide con la sua perfezione. Sta piuttosto nella sua capacità di contenere, in forma caotica e contraddittoria, una crisi che non abbiamo ancora superato: la crisi dell’attenzione, della dipendenza, dell’empatia, della letteratura dopo il postmoderno.
ph 1Corrie Baldauf, PD Rearick, Infinite Jest Project- Phase 1.png

Nato nel 2004, studia Media, Comunicazione e Società alla Università di Genova, appassionato di editoria, giornalismo culturale, letteratura musica e linguaggi del contemporaneo, attento ai modi in cui libro, dischi e media raccontano il presente.