
Una casa può essere molto più di un posto in cui vivere. Può diventare un progetto politico, un esperimento sentimentale, una promessa. Può accogliere chi ha bisogno di ricominciare e inventare legami dove quelli tradizionali non bastano più. Ma può anche mostrare le proprie crepe, proprio come le persone che la abitano.
È da questa idea che parte Otto ragazze, il nuovo romanzo di Aurora Tamigio, pubblicato da Feltrinelli dopo il successo de Il cognome delle donne. Ancora una volta al centro del racconto stanno le donne, le relazioni tra generazioni e quella domanda che negli ultimi anni sembra essere entrata con sempre maggiore forza nella narrativa contemporanea: che cosa significa, oggi, essere una famiglia?
Il cuore della storia è Villa Debora, una villetta Liberty nel centro di Milano rimasta a lungo disabitata. Sara decide di trasformarla in qualcosa di radicalmente diverso da una normale abitazione: una casa condivisa da sole donne, costruita intorno all’idea della cura reciproca. Un luogo in cui chi è solo, fragile o in difficoltà possa trovare uno spazio e, soprattutto, altre persone.
Quando il progetto prende forma, sua figlia Argenta ha quattordici anni. Nella casa arrivano progressivamente nuove abitanti, ciascuna con la propria storia. Tra loro Valeria, che cerca di allontanarsi da un marito violento, e sua figlia Adele.
Argenta e Adele hanno la stessa età ma sembrano appartenere a mondi incompatibili. La prima è introversa, eccentrica, osservatrice; la seconda irruente, rumorosa, diretta. L’insofferenza iniziale diventa però vicinanza, poi complicità. Mentre le adulte provano a costruire un modello alternativo di convivenza, sono proprio le due adolescenti a cominciare a guardarlo da una prospettiva diversa.
Perché Otto ragazze non racconta soltanto un’utopia femminile. Racconta anche il momento in cui un’utopia viene sottoposta alla prova della realtà.
A Villa Debora si lavora insieme, si cucina, si coltiva l’orto, si condividono responsabilità e difficoltà. La casa sembra dimostrare che sia possibile sostituire alla famiglia ricevuta una comunità costruita per scelta. Poi l’equilibrio cambia. Le regole che sembravano garantire libertà iniziano a essere osservate diversamente e Argenta e Adele cominciano a interrogare anche il ruolo delle proprie madri.
Ed è probabilmente qui che il romanzo trova uno dei suoi nuclei più interessanti: la cura non coincide necessariamente con l’assenza di conflitto. Anche un luogo nato per proteggere può produrre gerarchie, aspettative, contraddizioni. Anche una famiglia scelta deve continuamente negoziare il significato dello stare insieme.
Tamigio torna così su un territorio già centrale ne Il cognome delle donne, ma sposta il punto di osservazione. Se nel romanzo d’esordio la genealogia femminile attraversava generazioni e legami di sangue, qui la domanda riguarda anche le parentele che decidiamo di costruire. Madri, figlie, amiche, donne che inizialmente non hanno niente in comune possono diventare parte della stessa storia.
Non è casuale, allora, che a raccontare sia Villa Debora stessa.
La casa osserva le sue abitanti, registra trasformazioni e segreti, assiste agli avvicinamenti e alle fratture. Non è soltanto lo scenario nel quale accadono gli eventi: diventa una presenza narrativa. Le persone passano, cambiano, crescono; le stanze ne conservano le tracce.
Questa scelta permette anche di rovesciare una delle immagini più tradizionali associate alla casa. Per secoli lo spazio domestico è stato raccontato come il luogo assegnato alle donne. In Otto ragazze quello stesso spazio viene ripensato: non recinto, ma laboratorio. Non semplicemente luogo della cura, ma posto nel quale decidere che forma dare alla cura e alle relazioni.
Eppure Tamigio evita di trasformare Villa Debora in un manifesto perfetto. È proprio la fragilità del progetto a renderlo narrativamente interessante. Vivere insieme non significa automaticamente comprendersi. Condividere uno spazio non elimina le differenze. Volersi proteggere non impedisce di ferirsi.
Alla fine rimane una domanda molto più ampia della vicenda di Argenta e Adele: quanto della nostra idea di famiglia dipende ancora dal sangue e quanto, invece, dalle persone che scegliamo di tenere accanto?
Otto ragazze sembra partire da qui. Da una casa un po’ sfiorita nel cuore di Milano e da un gruppo di donne che prova a immaginare un altro modo di vivere insieme. Non per dimostrare che esista una formula perfetta, ma per raccontare quanto sia difficile – e necessario – inventarne una propria.

Dalla tribou di Zazibou






