
In uscita il 16 settembre, il volume di Agnese Gentilini, Giulia Siviero e Giulia Vinciguerra parte dal ciclismo per parlare di corpi, spazio pubblico, sicurezza e libertà.
Chi ha deciso che per andare in bicicletta bisogna essere allenati, veloci, avere l’abbigliamento giusto e magari conoscere perfettamente la differenza tra un cambio elettronico e uno meccanico? La bicicletta, prima di diventare sport, prestazione e chilometri da registrare su un’app, è una cosa molto più semplice: permette di muoversi. Proprio da qui parte “Bikeboobs. Guida al ciclismo come pratica femminista”, il libro di Agnese Gentilini, Giulia Siviero e Giulia Vinciguerra, in uscita il 16 settembre 2026 per Le Plurali editrice nella collana Le bussole.
L’idea è guardare alla bicicletta da una prospettiva diversa da quella che per molto tempo ha dominato il racconto del ciclismo. Niente culto della performance, corpi da allenare fino a raggiungere determinati standard o retorica del superamento dei propri limiti. Pedalare può essere semplicemente pedalare, ma può diventare anche un modo per interrogarsi su chi occupa le strade, su chi si sente libero di farlo e su quanto il genere condizioni ancora il rapporto con lo spazio pubblico.
Il punto di partenza delle autrici è molto concreto: non esiste un corpo giusto per andare in bicicletta. Esistono corpi differenti per forme, età, capacità, ormoni, desideri ed esperienze. Una constatazione apparentemente elementare che diventa meno scontata quando si guarda a quanto lo sport continui a essere raccontato attraverso modelli fisici, estetici e performativi piuttosto rigidi.
Anche la struttura di Bikeboobs segue la bicicletta. Telaio, ruote, catena, manubrio, sella, freni e campanello diventano le tappe di un discorso che mette insieme teoria femminista intersezionale, esperienze dirette e testimonianze. Accanto alla riflessione trovano posto indicazioni molto pratiche, dal kit mestruale agli esercizi di autocoscienza.
Il risultato vuole stare a metà tra guida e saggio, senza considerare il ciclismo un territorio neutrale. Andare in bici significa infatti esporsi allo spazio esterno, decidere dove andare, scegliere un ritmo, occupare una porzione di strada. Significa anche fare i conti con la sicurezza, con lo sguardo degli altri e con la possibilità, non sempre distribuita allo stesso modo, di sentirsi legittimati a stare in un determinato luogo.
La bicicletta diventa così il punto di partenza per parlare d’altro: autonomia, cura, alleanze, diritti, percezione del proprio corpo. Giulia Siviero lo sintetizza nell’idea di uno strumento che può modificare il modo in cui una persona percepisce se stessa nel mondo e, allo stesso tempo, il modo in cui il mondo guarda una donna in sella.
C’è poi una parola contro cui Bikeboobs sembra prendere posizione più di altre: prestazione. Vale nello sport, naturalmente, ma è difficile non riconoscervi qualcosa che riguarda anche il resto delle nostre giornate. Bisogna fare di più, andare più veloce, migliorare, misurare i risultati. Persino un giro in bicicletta rischia di diventare qualcosa da quantificare.
Gentilini, Siviero e Vinciguerra provano invece a riportare la bici dalla parte del piacere, dell’autodeterminazione e della possibilità di scegliere il proprio passo. Non serve essere abbastanza allenate, abbastanza magre, abbastanza giovani o abbastanza esperte per salire in sella.
Pubblicato da Le Plurali editrice, Bikeboobs conta 210 pagine ed è illustrato da Hanna Suni. Arriverà il 16 settembre e si rivolge anche a chi una bicicletta la usa poco o non la usa affatto. Perché il ciclismo è il punto di partenza, ma la domanda che rimane riguarda qualcosa di più grande: quanto spazio sentiamo di poter occupare senza dover chiedere il permesso?

Dalla tribou di Zazibou






