
Un pianoforte può essere suonato con le mani. Oppure con la luce, con l’acqua, con le parole, con il silenzio. Gran parte della ricerca di Giuseppe Chiari nasce da questa domanda semplice e radicale: cosa resta della musica quando vengono meno le sue regole tradizionali?
A cent’anni dalla nascita dell’artista fiorentino, il MAMbo di Bologna dedica a una delle figure più originali del secondo Novecento la mostra Giuseppe Chiari 1926-2026. Partitura per un museo, visitabile dal 29 maggio al 27 settembre nella Sala delle Ciminiere. Curata da Lorenzo Balbi e Mario Chiari, l’esposizione rappresenta la prima grande retrospettiva istituzionale dedicata all’artista in una struttura pubblica italiana.
L’operazione ha un valore che va oltre la semplice celebrazione. Chiari occupa infatti una posizione particolare nella storia dell’arte contemporanea. Associato spesso all’universo Fluxus, ne ha condiviso molte intuizioni senza mai aderire completamente a una scuola o a un movimento. La sua ricerca ha mantenuto un’indipendenza rara, muovendosi tra musica, performance, scrittura e arti visive senza riconoscere confini disciplinari rigidi.
L’esposizione restituisce proprio questa complessità. Il visitatore incontra partiture che diventano opere visive, pianoforti trasformati in sculture, testi che assumono il valore di istruzioni impossibili o di dichiarazioni poetiche. Al centro della sala trovano posto dodici pianoforti preparati che, grazie all’allestimento progettato da Parasite 2.0, perdono la propria funzione tradizionale e acquistano una nuova presenza nello spazio.
La forza di Chiari risiede soprattutto nella capacità di mettere in discussione ciò che viene considerato naturale. Perché una partitura dovrebbe essere letta in un solo modo? Perché uno strumento musicale dovrebbe produrre esclusivamente determinati suoni? Perché l’arte dovrebbe essere separata dalla vita quotidiana?
Domande che oggi possono apparire familiari ma che, negli anni Sessanta e Settanta, contribuivano a ridefinire il concetto stesso di opera d’arte.
Particolarmente significativi risultano gli spartiti cancellati, lavori nei quali il linguaggio musicale viene negato, alterato o reso inutilizzabile. Un gesto che non distrugge il significato ma lo moltiplica. L’atto della cancellazione diventa infatti una nuova forma di scrittura.
Un altro nucleo importante riguarda il rapporto con la parola. Frasi, slogan, dichiarazioni e annotazioni assumono autonomia visiva e concettuale. Opere come Art is Easy sintetizzano efficacemente il pensiero dell’artista: un’affermazione apparentemente semplice che continua a produrre interpretazioni e interrogativi.
La mostra permette inoltre di comprendere quanto la riflessione di Chiari abbia anticipato molte pratiche contemporanee. L’attenzione al processo, l’interesse per la partecipazione, la centralità del gesto e la contaminazione dei linguaggi rappresentano temi ancora estremamente attuali.
Più che un artista della musica, Giuseppe Chiari appare oggi come un autore che ha trasformato la musica in uno strumento per pensare il mondo. Ed è forse questo il motivo per cui il suo lavoro continua a parlare al presente: non offre definizioni, ma possibilità.
Un atteggiamento che l’arte contemporanea continua a considerare indispensabile.

Dalla tribou di Zazibou