Mattia Moreni a Bologna: l’antologica del 1965 rivive al MAMbo tra pittura, tensione e libero realismo moderno

ARTEGennaio 28, 2026

Dal 30 gennaio al 31 maggio 2026 il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna ospita Mattia Moreni. L’antologica di Bologna, 1965, mostra a cura di Claudio Spadoni e Pasquale Fameli che riporta al centro una delle esposizioni più significative nella storia critica dell’artista e, più in generale, dell’arte italiana del secondo Novecento.

Allestita nella Project Room del museo e inserita nel programma di ART CITY Bologna 2026, l’esposizione rappresenta la quarta tappa del grande progetto diffuso MATTIA MORENI. Dalla formazione a “L’ultimo sussulto prima della grande mutazione”, il più ampio mai dedicato all’artista romagnolo, sviluppato tra cinque sedi museali in Emilia-Romagna.

Il cuore della mostra bolognese è la rilettura della storica antologica del 1965, curata allora da Francesco Arcangeli per la Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Fu la prima personale di Moreni in un’istituzione pubblica italiana e, soprattutto, una vera presa di posizione critica in un momento di svolta per la cultura visiva del tempo. In un contesto segnato dalla morte di Giorgio Morandi e dall’irruzione internazionale della Pop Art, Arcangeli scelse Moreni per affermare una visione alternativa, fondata su una pittura vissuta come strumento esistenziale, soggettivo e profondamente critico nei confronti della realtà.

Nasceva così la nozione di “libero realismo moderno”, con cui Arcangeli interpretava l’opera di Moreni come erede dell’Informale ma capace di spingersi oltre, verso immagini cariche di tensione, simbolo e inquietudine.

La mostra al MAMbo presenta undici dipinti realizzati nell’arco di un decennio, selezionati tra quelli esposti nel 1965 per restituire i passaggi cruciali della sua ricerca. Il percorso si apre con Il giardino delle mimose (1954), opera di snodo tra il periodo neocubista e quello neonaturalista, e prosegue con lavori in cui la materia pittorica si fa sempre più esplosiva e gestuale, come A tutti i maldestri del mondo: amitié (1960).

I celebri “cartelli” emergono come segnali drammatici immersi in paesaggi carichi di presagi: apparizioni inquietanti che Arcangeli definiva espressione di un “surrealismo naturale”, visionario e minaccioso. Accanto a questi, le opere legate al ciclo delle “angurie”, deformate, ingigantite, quasi mostruose, diventano metafore del trauma esistenziale e del conflitto irrisolto tra l’uomo e l’ambiente, in netta contrapposizione agli oggetti seriali e rassicuranti della Pop Art.

Tra i dipinti in mostra spicca Il vento nel campo come sempre (1964), acquistato dalla Galleria d’Arte Moderna in occasione dell’antologica del ’65 e più volte citato nelle lettere che Moreni scrisse ad Arcangeli durante la preparazione della mostra. Un’opera vissuta dall’artista come segnale di una nuova fase creativa, nata in modo quasi spontaneo e carica di potenza espressiva.

Il percorso si completa con lavori ancora impregnati di umori informali, come Donna nuda gettata sulla sabbia, Nuvola Bianca, Un uomo che cade, fino alla chiusura affidata a Ah! La povera anguria dell’estate (1964), posta in dialogo ideale con Il giardino delle mimose per sottolineare il carattere sintetico e antologico dell’esposizione.

L’intero progetto espositivo diffuso rappresenta un’occasione rara per riscoprire Mattia Moreni come figura centrale, scomoda e ancora attualissima dell’arte italiana del dopoguerra. Già negli anni Cinquanta critici come Michel Tapié e Pierre Restany lo avevano riconosciuto come uno dei pochi italiani capaci di confrontarsi con la scena informale europea e americana, sottolineandone l’originalità radicale.

Dopo le tappe di Bagnacavallo, Forlì e Santa Sofia, e prima della conclusione al MAR di Ravenna dedicata alla fase degli Umanoidi e alla “regressione della specie”, l’appuntamento bolognese si impone come uno dei momenti più intensi dell’intero percorso: una riflessione sulla pittura come gesto vitale, politico ed esistenziale, capace ancora oggi di parlare al presente.

Ad accompagnare il progetto, un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore raccoglie immagini delle opere e saggi critici che restituiscono la complessità di una ricerca che attraversa quarant’anni di sperimentazione e inquietudine. Con questa mostra il MAMbo non solo riporta alla luce una pagina fondamentale della propria storia, ma rilancia la forza di un artista che ha saputo trasformare la pittura in spazio di conflitto, visione e resistenza.

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