“Tuiskoms” e l’eco del mondo: le serie tv parlano anche altre lingue

serie tvMaggio 16, 2025

C’è una serie che non arriva da Los Angeles né da New York, non si svolge tra i grattacieli di Manhattan né tra le colline californiane. Si chiama Tuiskoms, viene dal Sudafrica, ed è l’ennesima, preziosa conferma che le grandi storie possono nascere ovunque, anche lontano dai centri abituali della produzione audiovisiva globale.

Nel tempo delle piattaforme, il dominio culturale delle narrazioni americane inizia – se non a vacillare – almeno a farsi più poroso, più contaminato. Le serie tv non parlano più solo inglese. Parlano coreano, turco, danese, spagnolo, afrikaans. Parlano con accenti diversi, inquadrano paesaggi finora periferici, raccontano conflitti, relazioni, identità che hanno radici in altre geografie. Tuiskoms, distribuita da Showmax e diventata un piccolo cult in patria, è un esempio emblematico di questo fenomeno.

Il titolo significa letteralmente “ritorno a casa”, ma nulla in questa serie è lineare o rassicurante. Ambientata in un villaggio rurale del Sudafrica e costruita attorno a una narrazione intensa e stratificata, la serie mescola elementi di drama familiare, noir, tensione sociale e mistero. È la storia di una comunità che vive sospesa tra il ricordo e la colpa, tra la terra che ha cresciuto e quella che ha respinto. È anche la storia di una lingua, l’afrikaans, che diventa codice emotivo, veicolo di conflitti interni, retaggio di un passato ancora incandescente.

Tuiskoms non è un prodotto pensato per piacere al pubblico internazionale. E proprio per questo, forse, riesce a colpire nel profondo: perché è autentica, radicata, senza mediazioni. La regia, spesso contemplativa, si prende il tempo di ascoltare i silenzi, di indugiare sui campi, sulle mani che lavorano, sugli sguardi che evitano. La tensione non è affidata all’azione, ma all’intreccio di relazioni, alla memoria che ritorna come una nebbia, all’intimità che diventa campo di battaglia.

Il successo critico di Tuiskoms è anche la dimostrazione che il pubblico globale è pronto – o forse stanco abbastanza – da cercare altro. Altre estetiche, altri ritmi, altri riferimenti culturali. E che la serialità, se liberata dai dettami del mercato globale, può tornare ad essere un terreno fertile di racconto del reale, una lente attraverso cui leggere il mondo senza filtri preconfezionati.

Le serie non arrivano più solo “da lì”. Tuiskoms arriva da un altrove che non chiede di essere esotico, ma di essere ascoltato. Ed è un bene che sia così. Perché ogni lingua ha la sua musica. E ogni storia, quando è raccontata con sincerità, può trovare qualcuno disposto a farla risuonare dentro di sé.

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