
Prima delle piattaforme, delle stagioni divorate in un fine settimana e delle serie che chiedono allo spettatore un discreto investimento emotivo prima ancora di premere play, quattro persone entravano in un appartamento di New York e parlavano, moltissimo.
Will, Grace, Jack e Karen litigavano, bevevano, si innamoravano delle persone sbagliate, si prendevano in giro con una ferocia che oggi richiederebbe probabilmente qualche riunione in più in sala sceneggiatori. E facevano ridere, tantissimo.
Will & Grace arriva sulla NBC nel 1998 e appartiene a quella generazione di sitcom che riesce a trasformare venti minuti di televisione in un appuntamento. La prima stagione iniziava con Will Truman e Grace Adler già amici, già adulti, già pieni di complicazioni. Nessuna grande premessa da spiegare: lui avvocato gay, lei interior designer eterosessuale, entrambi sentimentalmente abbastanza disastrosi da avere bisogno l’uno dell’altra.
Poi arrivavano Jack McFarland e Karen Walker e qualsiasi possibilità di normalità veniva definitivamente archiviata.
A distanza di anni (e dopo il revival andato in onda tra il 2017 e il 2020) Will & Grace continua ad avere qualcosa che molte comedy contemporanee cercano con grande fatica: la leggerezza.
E tutto questo (mi) ci manca parecchio.
Riguardare oggi una puntata di Will & Grace significa ricordarsi quanto fosse importante il ritmo.
Entrata. Battuta. Risposta. Controbattuta. Porta che si apre. Jack compare. Karen beve qualcosa. Nuova battuta. Titoli di coda.
La sitcom viveva della scrittura e soprattutto della chimica fra i suoi protagonisti. Eric McCormack, Debra Messing, Sean Hayes e Megan Mullally costruivano quattro personaggi immediatamente distinguibili. Bastavano poche parole per capire chi stesse parlando.
Will aveva l’ironia come strumento di difesa. Grace trasformava il caos in stile di vita. Jack occupava qualsiasi stanza come se fosse un palcoscenico. Karen osservava il mondo dall’alto di un bicchiere e di un patrimonio praticamente indefinibile.
Erano caricature, certo. Ed era esattamente lì che la serie trovava parte della propria forza.
Oggi molta serialità comedy cerca il realismo, l’imbarazzo, la malinconia, il trauma nascosto dietro la battuta. Will & Grace apparteneva invece a una televisione che concedeva ai personaggi il privilegio di essere enormi, esagerati, perfino assurdi.
Poi c’è la questione che rende Will & Grace qualcosa di più di una sitcom riuscita. Quando arrivò nella televisione generalista americana alla fine degli anni Novanta, avere due personaggi gay tra i protagonisti di una serie destinata al grande pubblico aveva un peso culturale evidente.
Will e Jack, inoltre, offrivano due rappresentazioni molto diverse dell’identità gay. Will controllato, professionale, apparentemente rassicurante. Jack teatrale, esuberante, orgogliosamente sopra le righe.
Oggi possiamo discutere stereotipi, limiti e aspetti invecchiati della serie. Ed è proprio la distanza temporale a renderne interessante la rilettura. Will & Grace appartiene a un passaggio della cultura pop nel quale la rappresentazione LGBTQ+ iniziava a entrare con continuità nei salotti di milioni di famiglie attraverso uno dei mezzi più popolari possibili: la sitcom.
La normalizzazione passava anche da una battuta pronunciata davanti a un divano.
Ogni generazione televisiva produce alcuni personaggi che smettono rapidamente di appartenere alla serie che li ha creati.
Karen Walker è uno di questi.
Ricca, privilegiata, perennemente accompagnata da un drink, dotata di una voce impossibile da dimenticare e di un rapporto piuttosto personale con qualsiasi forma di responsabilità, Karen avrebbe potuto essere semplicemente il personaggio secondario incaricato di pronunciare le battute più cattive.
Megan Mullally la trasformò in qualcosa di diverso.
Karen poteva entrare per pochi minuti e spostare completamente l’energia della puntata. Era politicamente scorretta quando questa definizione aveva ancora un significato meno programmatico, feroce con chiunque e soprattutto totalmente coerente con il proprio universo.
Accanto a lei Jack diventava la metà di una coppia comica parallela a Will e Grace. Se questi ultimi rappresentavano il cuore sentimentale della serie, Jack e Karen erano il suo sabotaggio permanente.
Ed è difficile immaginare Will & Grace senza sentirli ancora chiamarsi da una stanza all’altra.
Naturalmente c’era New York.
Una New York da sitcom, enorme e contemporaneamente piccolissima, nella quale gli appartamenti diventavano il centro dell’universo e gli amici potevano presentarsi a qualsiasi ora senza mandare prima un messaggio.
Era la città di Friends, Sex and the City e di una lunga stagione televisiva in cui Manhattan funzionava come promessa narrativa: prima o poi sarebbe successo qualcosa, probabilmente durante una cena.
In Will & Grace la città rimaneva soprattutto sullo sfondo. Il vero luogo era la casa.
Il divano, la cucina, l’ufficio di Grace. Spazi che diventavano familiari attraverso la ripetizione. La serialità costruiva così un’intimità particolare: tornare alla puntata successiva significava letteralmente tornare nello stesso posto.
Forse è soprattutto questo che ci manca.
Una puntata di Will & Grace chiedeva poco più di venti minuti. Aveva un inizio, uno sviluppo e una conclusione. Potevi guardarne cinque oppure una. Potevi perdere un episodio e continuare tranquillamente a vivere.
La televisione contemporanea ci ha regalato forme narrative straordinarie, ma ha trasformato spesso la visione in un impegno. Otto episodi da cinquanta minuti, una trama da ricordare, personaggi da seguire, finali sospesi, stagioni precedenti da ripassare.
La sitcom tradizionale offriva invece qualcosa di prezioso: la compagnia. Ci manca una televisione che poteva essere intelligente senza ricordarcelo continuamente. Una serie che affrontava sesso, identità, amicizia, famiglia e relazioni sentimentali lasciando alla comicità il compito di tenere tutto insieme.

Dalla tribou di Zazibou






