
Si parla spesso – giustamente – di educazione emotiva, gestione della rabbia, prevenzione della violenza verbale e fisica; per questo motivo fa un certo effetto accendere la TV e vedere, in prima serata, uomini che spaccano sedie, tirano calci alle sdraio o lanciano oggetti per sfogare la propria frustrazione. Succede a Temptation Island, il reality estivo di Canale 5 che continua ad attrarre milioni di spettatori. Ma la domanda sorge spontanea: non stavamo cercando di arginare proprio questi modelli comportamentali?
La spettacolarizzazione della crisi – di coppia, personale, esistenziale – sembra essere il cuore del format. E fin qui, nulla di nuovo: il reality vive di reazioni forti, di drammi e di conflitti. Ma il modo in cui questi vengono mostrati e montati, spesso conditi da colonne sonore emotive e ralenti cinematografici, rischia di normalizzare certi scatti d’ira, se non addirittura di premiarli. Il gesto violento, anche quando non diretto contro una persona, diventa linguaggio comune. Diventa sfogo legittimo. E magari pure “meme”.
C’è un cortocircuito evidente tra l’attenzione crescente al linguaggio non violento e l’intrattenimento che ancora si regge su un’estetica della rottura: oggetti lanciati, urla, sguardi furiosi, come se fosse normale – e pure necessario – reagire così davanti a un dolore. Ma non lo è. E il fatto che tutto questo sia mandato in onda non come eccezione, ma come regola, fa riflettere: non stiamo forse alimentando proprio ciò che vorremmo estirpare?
In fondo, se è vero che la TV non educa da sola, è anche vero che non è mai solo uno specchio. A volte, è un amplificatore. E amplificare la rabbia, oggi, è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.

Dalla tribou di Zazibou