
C’è un tempo per capire e un tempo per non capire affatto. Joan Didion scrive nel mezzo. L’anno del pensiero magico non è solo un memoir, ma un luogo mentale, una terra straniera abitata dal lutto, dalla perdita, dalla disgregazione del senso. È il racconto dell’anno in cui la scrittrice ha perso il marito, John Gregory Dunne, morto improvvisamente al tavolo di casa, mentre la loro figlia era in coma in un ospedale.
Ma Didion non si abbandona mai del tutto al dolore. Lo seziona, lo interroga, lo osserva con la lucidità implacabile che l’ha sempre contraddistinta. Eppure, quella stessa lucidità, in questo caso, serve per documentare un’illusione: che le parole possano spiegare ciò che non ha spiegazione. È qui che entra in scena il “pensiero magico”, quello che ti fa conservare le scarpe di chi non c’è più “perché potrebbe tornare”, che ti spinge a rileggere cartelle cliniche come se ci fosse stato un errore, una via d’uscita possibile.
Non c’è retorica nel modo in cui Didion scrive del lutto. C’è stile, certo, e rigore. Ma soprattutto c’è verità. Non quella che consola, ma quella che accompagna. E in questo libro l’accompagnamento è tutto. L’anno del pensiero magico non è scritto per insegnare a elaborare una perdita: è scritto per chi, semplicemente, non ci riesce. Per chi ha bisogno di sapere che qualcuno, da qualche parte, ha continuato a vivere nonostante tutto. E ha trovato un modo per raccontarlo.
Questo libro fa male, ma non è un libro triste. È il tentativo straziante e bellissimo di tenere insieme ciò che si è rotto, con l’unico collante possibile: la scrittura. Per questo è uno di quei mille da leggere. Perché in mezzo alla confusione, al silenzio degli altri, ai giorni che sembrano tutti uguali, Joan Didion ci ricorda che dare un nome al dolore è già una forma di resistenza. Di amore. Di ritorno alla vita.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.