
“Soffro di una sorta di voyeurismo creativo che mi spinge ad osservare il mondo.”
C’è chi guarda e chi vede. E poi c’è chi osserva con la fame di chi non vuole perdere nulla: un riflesso nel vetro, una frase a metà, un silenzio che suona più di mille strumenti. Michele Cortese – oggi semplicemente Cortese – è così: un collezionista di bellezza, un cacciatore gentile di attimi, un cantautore che ha fatto della meraviglia la sua direzione artistica.
Nato a Gallipoli il 27 settembre 1985, con il Salento tatuato addosso e il mare nel naso, Cortese cresce circondato da tramonti che sembrano scenografie, dal profumo della salsedine e da un’infanzia viziata – ma nel modo migliore – dalla bellezza. Una bellezza che, invece di addormentarlo, lo sveglia: lo costringe a cercarne altra, ovunque. Anche dove non dovrebbe essercene.
La musica arriva presto, insieme alla necessità di raccontare. La voce è potente, il talento evidente. Nel 2008 vince la prima edizione italiana di X-Factor con gli Aram Quartet. Ma per lui la vittoria è solo un passaggio. Il viaggio vero inizia dopo, sulle strade dell’America Latina, tra festival, palchi e una lingua nuova in cui sentirsi a casa. Nel 2015 vince il prestigioso Festival internazionale della canzone di Viña del Mar in Cile e diventa co-coach della versione cilena di The Voice. Ma non è solo la geografia a cambiare: cambia anche la visione, si allarga lo sguardo.
Dal 2008 a oggi ha firmato otto lavori discografici, collaborato con artisti come Mogol (di cui è voce narrante in “Mogol racconta Mogol”), e dato vita a un percorso musicale coerente, poetico, mai prevedibile. Nel 2020 sceglie di usare solo il cognome: Cortese. Più diretto, più essenziale, più suo.
Con Amore e Gloria (2021), l’artista salentino inaugura una nuova stagione. Poi arriva Cuorialcolici (2022), EP che è un manifesto emotivo, un ritratto della vulnerabilità maschile, una sbornia di parole e sentimenti. Seguono una serie di singoli – L’estate del 2003, Ipermetropia, Nazca, Lentiggini, Spid, Non mi dire, Asfalto – tutti diversi, tutti legati da un filo invisibile: la ricerca di senso, poesia e leggerezza.
Tutti questi brani confluiscono in Cortese Living Room – L’EP, pubblicato a dicembre 2024: una raccolta curata come una stanza piena di vinili, fotografie e libri sottolineati, in cui ogni canzone è un oggetto emotivo con una storia da raccontare.
Nel 2024 Cortese torna in tour, portando in scena nuovi brani e vecchie emozioni. La sua musica, oggi più che mai, è una forma di resistenza gentile: contro la superficialità, contro il rumore, contro l’abitudine di smettere di guardare.
Cortese osserva. E scrive canzoni come finestre spalancate sul mondo.
Quando hai capito che la musica sarebbe stata il tuo linguaggio, più di ogni altra cosa? Nel tuo percorso artistico, hai attraversato molte fasi: progetti solisti, band, collaborazioni. Come hai vissuto questa evoluzione e in che modo ha influenzato il tuo modo di scrivere?
“Ero un bambino, in macchina di una mia zia suonava sempre una musicassetta con un tizio dalla voce particolarissima che cantava canzoni bellissime. Le imparai a memoria. Dopo un po’ di tempo chiesi a mia zia chi e cosa fosse quella musica lì e lei mi rispose che quel tizio si chiamava Lucio Battisti e quelle erano le sue canzoni. Tornai a casa e chiesi a mio padre di regalarmi una chitarra perché anch’io volevo imparare a fare il cantautore. Da quel momento in poi la musica è diventata il mio linguaggio.
L’evoluzione del mio percorso tra progetti e collaborazioni varie l’ho vissuta in maniera naturale perché credo che un percorso creativo per un artista, finché dura l’ispirazione, debba essere in continuo itinere. Di conseguenza ogni tappa di questo mio percorso ha influenzato fortemente la mia maniera di scrivere ed esprimermi, inevitabilmente e naturalmente”.
Come nasce una tua canzone? Parti da una melodia, da una parola, da un’immagine? C’è un momento particolare della giornata o un’emozione ricorrente che innesca il processo creativo?
“Una mia canzone nasce sempre da un momento di urgenza creativa che può essere scatenata imprevedibilmente da una melodia, una parola o un’immagine, non ho sempre un solo stimolo ricorrente ma vari, una cosa che vedo o sento, qualcosa che mi succede o che capita a qualcuno intorno a me. A livello di emozioni ricorrenti mi capita di scrivere solitamente in momenti di nostalgia, inquietudine, tristezza e non sempre ma spesso l’amore comanda queste emozioni”.
C’è un disco o un artista che consideri la tua “casa musicale”? Quello a cui torni quando hai bisogno di ritrovarti, o semplicemente quando vuoi ricordarti perché hai iniziato.
“Lucio Battisti ed in particolar modo i suoi dischi “Anima Latina” e “Una donna per amico” (quest’ultimo suonava nella musicassetta in macchina di mia zia) mi ricordano sempre perché ho iniziato”.
Hai spesso cantato in più lingue: italiano, spagnolo, inglese. Come cambia il tuo modo di interpretare a seconda della lingua che usi? C’è una lingua che senti più tua, o che ti spinge verso una scrittura diversa?
“Cantando in altre lingue oltre all’italiano di base la voce resta sempre il canale principale quindi l’identità madre, inevitabilmente cambiano la fonetica e il lessico e questo influisce un po’ sul modo di interpretare: l’inglese mi è sempre piaciuto per la musica rock e gli storici musical di Broadway in particolare, lo spagnolo è stata una lingua nella quale mi sono imbattuto per caso ad un certo punto della mia vita e la sua musicalità mi ha conquistato e ispirato varie canzoni che ho sentito l’esigenza di scrivere e cantare solo in lingua ispanica. Ma la lingua che sento più mia e che mi spinge ad esprimermi in maniera più naturale ed autentica resta sempre l’italiano”.
Cosa significa per te oggi essere un artista del Sud? È una radice che ti ancora, un’identità che evolve, una spinta a raccontare un luogo spesso frainteso?
“Per me oggi essere un artista del Sud piuttosto che del Nord non fa più geograficamente alcuna differenza, mentre un tempo se avevi il sogno di vivere di arte farlo facendo base in un paese del Sud era un’utopia. Oggi i giovani artisti del Sud che dopo il diploma fanno le valigie e vanno a vivere a Milano per coltivare il loro sogno nella maggior parte dei casi ritornano al Sud dopo massimo un anno e i più temerari dopo un po’ più di tempo.
Essere un artista del Sud mi ha consentito sempre di avere un’identità più forte e allo stesso tempo in continua evoluzione, di avere fame di costruire qualcosa di artisticamente più solido soprattutto proprio da quando sono tornato a vivere in pianta stabile in Salento. Per ultimo rappresenta anche una spinta a raccontare un luogo non direi ormai “spesso” ma “ancora a volte” frainteso”.
ph Federica Signorile
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.