
Indifesi sotto la notte, uscito lo scorso 30 gennaio per minimum fax, è un libro che affronta uno dei nodi più complessi della cultura italiana contemporanea: la narrazione dell’AIDS tra gli anni Ottanta e Novanta, e il modo in cui quella narrazione ha inciso sulle vite, sui corpi e sull’immaginario collettivo. Il sottotitolo, Narrazioni dell’AIDS in Italia tra gli anni ’80 e ’90, delimita con precisione il campo d’indagine, ma è lo sguardo adottato da Luca Starita a rendere questo saggio qualcosa di più di una ricognizione storica o letteraria.
Luca sceglie una postura precisa poiché non accusa, né tantomeno semplifica, ma non cerca neanche colpevoli. Costruisce piuttosto un “attraversamento” – così come definito dell’autore – lucido e delicato di testi, testimonianze, articoli, prese di parola e silenzi, mostrando come il racconto pubblico dell’AIDS sia stato spesso improntato a un clima da caccia alle streghe, in cui la malattia veniva caricata di significati morali, metafore belliche e giudizi impliciti. Qui il linguaggio non si solo limitava a descrivere, ma contribuiva attivamente alla stigmatizzazione.
In questa prospettiva, il libro dialoga idealmente con il pensiero di Susan Sontag, che si oppose con forza all’uso di metafore militari per parlare di malattia, denunciandone il potere deformante e violento. Chiamare le cose con il loro nome diventa, per Luca Starita, un atto etico prima ancora che narrativo: sottrarre l’esperienza della malattia alla retorica per restituirla alla sua complessità umana. Il saggio procede per linee cronologiche, ma evita ogni rigidità accademica.
Attraverso l’analisi di opere letterarie e interventi giornalistici, emerge una costellazione di figure segnate dall’antieroismo, dalla fragilità, dall’amore vissuto come forma di resistenza. Il racconto di Giovanni Forti e del legame con Brett Shapiro, così come la lettura del libro “L’intruso”, diventano esempi emblematici di una scrittura che tenta di restare aderente al reale senza ammorbidirlo o interpretarlo. Tra le molteplici sollecitazioni che il libro offre, si inserisce anche la riflessione su Pier Vittorio Tondelli. “Camere separate”, la sua vita, la sua mancata presa di posizione esplicita sull’AIDS non viene interpretata come una colpa, ma come una zona problematica, una sospensione che racconta il peso del contesto culturale e il rischio, allora concreto, dell’esposizione pubblica.
Uno dei meriti più evidenti di Indifesi sotto la notte è la capacità di tenere insieme il piano storico e quello profondamente contemporaneo. La riflessione non resta confinata al passato, ma arriva a interrogare il presente: la legittimità sociale dell’amore tra persone dello stesso sesso, il diritto a esistere senza dover continuamente giustificare la propria presenza. Questioni che, come il libro mostra con chiarezza, restano irrisolte.
In questo senso, risuona come uno snodo centrale una delle affermazioni più forti del saggio: «E allora che senso ha tutto questo sforzo? Ci convincono che la visibilità sia una conquista, che esporsi equivalga a incidere sulla realtà, che prendere parola serva a cambiare qualcosa. Ma la verità è che il sistema è impermeabile alle parole, sordo ai nostri discorsi, refrattario alle nostre urgenze». Una riflessione che non rinnega il valore della narrazione, ma ne smaschera le illusioni, interrogandone i limiti.
A dare corpo e profondità al libro contribuisce la natura corale del progetto. Le testimonianze di Luca Scarlini, Luca Guadagnino, Vera Gheno, Tommaso Giartosio, Dacia Maraini e Marco Bagnai restituiscono una pluralità di sguardi, generazioni e ambiti diversi, capaci di comporre un’immagine inevitabilmente parziale, ma proprio per questo autentica, di quegli anni.
Il libro si spinge anche in una dimensione più intima, come nel racconto che attraversa la figura di Nino Gennaro, mostrando come la grande storia si annidi sempre nei dettagli, nelle vite singole, nelle relazioni private. Luca afferma che una delle poche certezze maturate scrivendo questo saggio è l’impossibilità di parlare o scrivere di qualcosa senza averla prima attraversata. È una dichiarazione di metodo che spiega la densità emotiva del testo e la sua capacità di restare vicino alle persone, senza mai appropriarsi delle loro storie.
Come l’autore stesso afferma, se c’è una lezione che Indifesi sotto la notte lascia in eredità, è quella secondo cui la narrazione, pur frammentaria e imperfetta, può aprire spiragli. Può restituire voce a chi l’ha persa, può sfiorare una solitudine che non sempre è rimediabile, senza pretendere di guarirla o consolarla. Può colmare l’assenza, quasi la rimozione, di figure come Dario Bellezza dal discorso pubblico contemporaneo, un silenzio che il libro – come accade per altre persone e altre storie – rende visibile, come i suoi versi. Per questo motivo e per tanti altri, questo saggio profondo che smuove e lascia chi legge con mille “se” , ha bisogno più che mai di essere visto, letto, analizzato.
La sua forza risiede nel fatto che Luca (chiamato sempre per nome, perché solo il cognome, mi scuseranno i più, rende meno umano chi scrive) non punta il dito, ma guarda in faccia ciò che è stato, lasciando che siano le storie, le voci e le mancanze a parlare. Una recensione del passato che continua a interrogare il nostro tempo; un libro che – almeno una volta nella vita – ognuno di noi dovrebbe leggere. Il perché è già stato, abbondantemente, reso noto dalla sottoscritta in questo articolo.
Giornalista, mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore) e molti contributi sono stati pubblicati in diversi saggi. Ho un laboratorio di digital stoytelling presso l’Università del Salento.
Docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alterno comunicati stampa, la mia disappunti a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.