L’ultimo film di Bridget Jones ci ricorda che stiamo invecchiando

CINEMADicembre 6, 2025

Lo so, arrivo tardi sulla faccenda. Tutti sembravano aver già commentato, giudicato, sezionato l’ultimo film di Bridget Jones, mentre io rimandavo. Bridget è stata un pezzo della mia giovinezza, una specie di sorella maggiore pasticciona a cui ho voluto bene senza riserve. Rivedere lei significava rivedere me. Per questo il film di Bridget Jones non è stato per me soltanto una commedia romantica, ma un passaggio di testimone. Ed è di questo che voglio parlarvi.

Io sono quella che il primo Bridget Jones’s Diary l’ha visto e rivisto mille volte, perché era facile immedesimarsi in una vita imperfetta quando il resto del cinema continuava a raccontare donne impeccabili. Bridget era goffa, impulsiva, vulnerabile e proprio per questo autentica e mentre si cercava la perfezione ovunque, lei rappresentava il mio porto sicuro. E così, ieri sera, finalmente, mi sono decisa. Ho iniziato a vedere l’ultimo film di Bridget uscito nel febbraio scorso e ora su Netflix.

Avviso spoiler: non continuate a leggere se non l’avete visto e avete intenzione di farlo.

I primi minuti del film ”Bridget Jones: Mad about the Boy” mi hanno gelata: Mark Darcy è morto. Non c’è più l’uomo per cui abbiamo tifato tutte noi che crediamo nei buoni sentimenti, quelle che sperano nella gentilezza anche quando la vita ci porta altrove. La storia lo dice quasi subito, come una coltellata al cuore di noi inguaribili romantiche: Bridget è vedova, madre e lotta ogni giorno con un dolore che non ha un nome facile.

Io mi aspettavo fin da subito una commedia divertente, qualcosa che mi facesse ridere di nuovo come a vent’anni. Probabilmente lo è o lo diventa col tempo. Ma prima di tutto è un’altra cosa: un promemoria crudo del fatto che siamo cresciuti. Che stiamo invecchiando.

I personaggi che ricordavo giovani e pieni di futuro ora sono attraversati dal tempo: rughe, ferite, assenze. Le dinamiche sono cambiate, i toni anche. Quando nel film compare la foto di Bridget col padre, ho sentito un nodo alla gola. Un momento semplice, ma ferocemente netto: tutto è andato avanti, anche quando non guardavo tanto da essermi ritrovata a chiedermi: “Ma non doveva farmi ridere questo film? Non era una commedia?”

Ho dovuto mettere in pausa, quel film parlava a me. Mi stava dicendo che il tempo passa anche quando non lo vogliamo vedere. Che i miei amici stanno invecchiando, che i miei cari cambiano, che niente resta fermo. Mi ricordava la verità più elementare, quella che sopravvive a ogni schema sociale: quanto sia importante avere una persona accanto, qualcuno con cui dividere tutto, anche il dolore.

La trama continua tra equivoci, nuove conoscenze, un ragazzo più giovane, tentativi di rinascita, scelte che fanno tremare e altre che fanno sorridere. Bridget torna a inciampare, come piace a noi. E mentre lei cerca di capire chi può essere dopo aver perso tutto, io ho capito un po’ di più chi sono diventata guardando lei farlo. Ed ecco il riflesso di vent’anni di vita che ci sono scivolati addosso senza che ce ne accorgessimo. E sì, mi ricorda che sto invecchiando. Ma anche che posso ancora ridere, ancora amare, ancora crederci. Proprio come Bridget, nonostante tutto.

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