
Una generazione che ha studiato troppo, lavorato poco, vissuto tra precarietà e illusioni di gloria: Peppe Fiore, con La futura classe dirigente (Minimum Fax), la racconta con il passo della satira e lo sguardo impietoso di chi sa che ridere di sé è spesso l’unico modo per sopravvivere.
Il protagonista Michele Botta, napoletano trapiantato a Roma, sembra avere tutte le carte per il riscatto: un lavoro in una giovane società di produzione televisiva, un’occasione di emancipazione, una vita adulta che finalmente bussa alla porta. Ma basta poco perché l’equilibrio si sgretoli: la ragazza lo lascia, la famiglia resta una trappola affettiva irrisolta, la televisione come unico orizzonte di carriera si rivela per quello che è, un gigantesco circo di finzioni.
Fiore usa Michele come specchio deformante di un’intera epoca: gli anni Dieci del nuovo millennio, quelli in cui la tv generalista cedeva il passo alle piattaforme, Roma implodeva su sé stessa e la politica diventava spettacolo. L’ossessione del protagonista, megalomane e fragile, è la stessa di una generazione che ha visto sfumare ogni promessa di stabilità.
Il romanzo scorre con ritmo veloce, fatto di scene quasi televisive, dialoghi caustici e improvvise immersioni nel grottesco. Lo stile ibrido, colto e triviale, comico e disperato, restituisce l’instabilità del presente. E soprattutto demolisce, senza pietà, quella che l’autore definisce la “santa trinità” italiana: famiglia, sesso, televisione. Tre pilastri che non reggono più, ma che continuano a dominare le vite.
La futura classe dirigente non offre consolazioni né scorciatoie nostalgiche. È un romanzo che fa ridere mentre mette a disagio, che si legge come una commedia ma resta in mente come una diagnosi. Perché in fondo, più che sulla futura classe dirigente, parla di chi quella classe non lo sarà mai: un’intera generazione sospesa, costretta a fare i conti con il talento come con una malattia cronica.

Dalla tribou di Zazibou