
Il caso del gruppo Facebook «Mia moglie», con oltre 30 mila iscritti che pubblicano foto intime delle proprie compagne senza consenso, ha riportato al centro del dibattito un tema che troppo spesso viene sottovalutato: la responsabilità individuale sui social network.
Gli screenshot diffusi da attiviste e pagine femministe mostrano commenti sessualizzati e violenti, corredati da frasi come «Mia moglie non lo sa» o «Scattata di nascosto». Un campionario di abusi digitali che non riguarda soltanto la privacy, ma la dignità delle persone.
La diffusione non consensuale di immagini intime è un reato in Italia dal 2019, con l’introduzione dell’art. 612-ter del Codice Penale (Codice Rosso). La legge prevede da uno a sei anni di carcere e multe fino a 15.000 euro. La Corte di Cassazione, con due sentenze del 2025, ha ribadito che il reato si configura anche in caso di anonimato o quando le immagini non sono di per sé esplicitamente sessuali, se diffuse senza il consenso della persona ritratta.
Non si tratta quindi di una “leggerezza da social”, ma di una violenza digitale che ha effetti concreti nella vita delle vittime: perdita di reputazione, isolamento sociale, ansia, depressione.
Eppure, nonostante il quadro normativo chiaro, continua a resistere la percezione che ciò che avviene online sia meno grave di ciò che accade offline. Una distorsione che porta molti a sentirsi deresponsabilizzati: cliccare, commentare, condividere sembrano azioni leggere, effimere. Non lo sono.
Ogni contenuto immesso in rete lascia tracce, può essere replicato infinite volte, e contribuisce a costruire un ambiente digitale più tossico o più sano. La responsabilità non è solo di chi gestisce le piattaforme o dei moderatori, ma di ogni utente.
Il caso del gruppo «Mia moglie» mostra con chiarezza che serve un salto culturale: dal considerare i social un luogo di svago senza regole al riconoscerli come spazi pubblici, con diritti e doveri precisi. Pubblicare una foto, commentare un post, condividere un contenuto non sono atti neutri. Sono gesti che possono ferire, discriminare, oppure, al contrario, denunciare e proteggere.
La responsabilità digitale è prima di tutto responsabilità civile: ciascuno di noi contribuisce alla qualità del discorso pubblico e alla tutela della dignità altrui. Sminuire questa consapevolezza significa lasciare spazio a dinamiche di abuso che, come dimostrano le indagini della Polizia Postale, non sono più tollerabili.

Dalla tribou di Zazibou