
Ne Il resto è buio e vanità, Luca Scarlini ricostruisce la vita di Neri Pozza tra arte, Resistenza, intuizioni editoriali e grandi incontri letterari. Il ritratto di un uomo ruvido e solitario per il quale pubblicare libri era soprattutto una forma di impegno civile.
«Saranno idee d’arte e di poesia, che fanno pochi soldi, ma sono le sole capaci di sedurmi e interessarmi. Il resto, per me, è buio e vanità». Probabilmente basterebbe questa frase per raccontare Neri Pozza o almeno per comprendere l’idea di editoria che ha accompagnato la sua vita: non soltanto un mestiere, certamente non soltanto un’impresa, ma un modo di scegliere da quale parte stare.
Da quella frase prende il titolo Il resto è buio e vanità, il nuovo libro di Luca Scarlini pubblicato da Neri Pozza nella collana I Narratori delle Tavole. Centoventotto pagine per raccontare l’uomo prima ancora del marchio editoriale: scultore, incisore, scrittore, editore, intellettuale irregolare e figura centrale della cultura italiana del Novecento.
Scarlini arriva a questo ritratto dopo anni trascorsi tra gli scritti, i diari e la corrispondenza di Pozza. Ne ricava non una biografia monumentale, ma una figura fatta di incontri, contraddizioni, intuizioni e ostinazioni. E soprattutto la storia di qualcuno che ai libri attribuiva una responsabilità ben più grande di quella di occupare uno scaffale.
A rileggere l’infanzia di Neri Pozza, nulla sembra annunciare ciò che verrà. C’è un bambino ribelle, poi uno studente tutt’altro che esemplare, espulso dal ginnasio. Persino il suo ingresso nella letteratura avviene lateralmente, attraverso un romanzo di Dostoevskij ricevuto in regalo da un incisore socialista.
Del resto, osserva Scarlini, l’infanzia di un editore difficilmente manifesta una vocazione riconoscibile. Nessun bambino sogna torchi, scadenze, collane editoriali o manoscritti di esordienti sui quali investire denaro nella speranza che qualcuno, prima o poi, riconosca il loro valore. Eppure è precisamente quella la direzione che prenderà la vita di Pozza.
Il lavoro manuale e quello intellettuale, l’arte e la necessità economica, la scrittura e l’impegno civile finiscono progressivamente per appartenere allo stesso paesaggio. Prima l’Asino volante, poi il Pellicano, infine, nel 1946, la casa editrice destinata a portare il suo nome.
Un elemento rende questa storia qualcosa di più della vicenda di un editore particolarmente lungimirante. Neri Pozza appartiene a una generazione per la quale fare cultura nel dopoguerra significa anche ricostruire. Insieme agli amici, agli artisti e agli intellettuali conosciuti negli ambienti della Resistenza, pensa al libro come a un gesto sociale e alla pubblicazione come a uno strumento per restituire spazio a ciò che durante il Ventennio era stato escluso, censurato o semplicemente reso inaccessibile.
L’editoria assume così una dimensione politica nel significato più ampio del termine: scegliere che cosa far circolare significa partecipare alla costruzione di una comunità. È probabilmente uno degli aspetti che rendono oggi particolarmente interessante tornare alla sua figura. In un presente nel quale il libro viene inevitabilmente osservato anche attraverso classifiche, copie vendute, algoritmi e velocità di consumo, Scarlini riporta alla luce un’idea quasi ostinata dell’editore come mediatore culturale. Uno che sceglie e che, scegliendo, si espone.
Poi ci sono le intuizioni. Tra quelle raccontate nel libro compare un giovanissimo e ancora sconosciuto Goffredo Parise, sul quale Pozza decide di scommettere. Ma nella sua storia editoriale entrano anche Gadda, Buzzati e Montale e c’è la decisione di riportare in circolazione le liriche di Saffo, allora difficilmente reperibili in Italia.
Sono episodi che, osservati a distanza, rischiano di assumere l’aspetto rassicurante delle scelte inevitabili: conosciamo ciò che quegli autori sarebbero diventati e siamo tentati di leggere il passato sapendo già come andrà a finire.
Non bisogna dimenticare che il mestiere dell’editore si esercita prima che quella certezza esista. Pubblicare è vedere qualcosa quando ancora non è evidente agli altri. Sbagliare, naturalmente o litigare con gli autori, perderli dopo averli accompagnati verso l’affermazione. Costruire rapporti professionali che diventano personali e rapporti personali destinati inevitabilmente a entrare nel lavoro. Scarlini restituisce anche questa materia meno ordinata della storia editoriale.
Accanto ai libri emerge infatti Vicenza, città natale alla quale Pozza rimase profondamente legato. Emergono l’amicizia con Antonio Barolini e il rapporto con la scrittrice Lea Quaretti. Emergono il carattere diretto, la solitudine, le asperità.
Il resto è buio e vanità sembra interessato proprio alla distanza che inevitabilmente si crea tra un nome diventato istituzione e la persona che quel nome lo ha portato. Oggi Neri Pozza è scritto sul dorso di migliaia di libri. È un marchio che un lettore riconosce in libreria prima ancora di conoscere la storia dell’uomo dal quale proviene. Scarlini compie il percorso inverso: prende quel nome ormai familiare e gli restituisce un corpo, una città, amicizie, entusiasmi, conflitti.
E soprattutto una convinzione, che il libro sia uno «strumento della coscienza» e che senza di esso l’uomo rischi di rimanere, nelle parole di Pozza, «solo un sacco vuoto».
Sarebbe facile leggere Il resto è buio e vanità come il ritratto di un’epoca irripetibile dell’editoria italiana, quella dei grandi editori-intellettuali e delle amicizie che finivano nei cataloghi, ma sarebbe anche il modo più semplice per neutralizzarne la parte ancora attuale.
La storia raccontata da Scarlini pone infatti una questione che riguarda l’editoria di ogni tempo: che cosa significa scegliere un libro quando non sappiamo ancora se funzionerà? Quanto spazio siamo disposti a concedere a ciò che riteniamo necessario anche quando non promette immediatamente di essere redditizio?
Neri Pozza aveva trovato la propria risposta: le idee d’arte e di poesia potevano fare pochi soldi, ma erano le sole in grado di sedurlo. Tutto il resto, appunto, era buio e vanità.

Dalla tribou di Zazibou






