
Licia Lanera è una delle voci più potenti e riconoscibili del teatro contemporaneo italiano. Attrice, regista, autrice, Premio Ubu, ha costruito un linguaggio scenico radicale e viscerale, capace di indagare la fragilità, il corpo, l’identità e le contraddizioni del nostro tempo con uno sguardo sempre personale.
In occasione del suo ritorno a Lecce con Altri libertini, spettacolo tratto dal romanzo d’esordio di Pier Vittorio Tondelli, prodotto da Compagnia Licia Lanera, abbiamo colto l’occasione per entrare nel cuore del suo pensiero e del suo lavoro. Un dialogo che attraversa la lingua, la memoria, la libertà e la necessità di continuare a fare teatro come atto politico e umano.
In realtà non si è trattato di un vero ritorno, perché la scoperta di questo testo per me è abbastanza recente: l’ho letto per la prima volta solo cinque o sei anni fa. L’anno della sua pubblicazione, il 1980, e quelli immediatamente successivi, quelli in cui il libro è stato denunciato, ritirato, poi rimesso in commercio, sono anni che io non ho vissuto: sono nata nell’82. Quindi, più che un ritorno, il mio è stato un gesto un po’ “archeologico”, uno sguardo nostalgico verso qualcosa che non ho realmente conosciuto.
Ma la nostalgia, in fondo, è anche curiosità. Quando ho letto Altri libertini mi ha colpita subito la lingua: una lingua meticcia, sporca, diretta, a tratti brutale. Io nel mio teatro ho sempre cercato una lingua contaminata, che oscillasse tra il dialetto e l’oralità, e quella di Tondelli è perfetta in questo senso, è una lingua parlata, gergale, colorata, a volte iperbolica o maleducata. Mi sembrava affascinante metterla “nella bocca” degli attori, restituirla al corpo e alla voce.
Al di là del contesto storico, mi interessavano i personaggi: persone inquiete, fragili, vitali, che mi hanno rimandato a me stessa e ai miei coetanei. Il loro rapporto con il corpo, la paura di crescere, di imborghesirsi: in tutto questo ho sentito qualcosa di profondamente vicino. Nel romanzo quei personaggi hanno vent’anni, ma io e i miei compagni nello spettacolo ne abbiamo quaranta. Si dice che i quaranta siano i nuovi trenta, o i nuovi venti, una sciocchezza forse, ma in parte vera. Viviamo come eterni adolescenti, sospesi, e nel mio caso questa irregolarità è anche uno stile di vita: non ho una routine, non ho figli, non ho orari fissi. E quindi sì, a volte mi comporto come una più giovane.
Mi sembrava allora che quei libertini fossero ancora in mezzo a noi. Che fossimo noi. E che quelle contraddizioni, il desiderio, la libertà, l’eccesso, la solitudine, fossero ancora attuali.
Certo, leggendo oggi Tondelli, c’è anche qualcosa di “retrogrado”: oggi viviamo nel tempo della virtualità, del corpo marginale. Dopo il Covid, poi, la distanza è diventata norma. Io invece volevo fare un lavoro proprio sul corpo, sulla promiscuità, su tutto ciò che durante il Covid non si poteva fare, ma anche su ciò che ne è derivato: lo smart working, i decreti anti-rave, il controllo dei corpi.
Così, forse sì, ho guardato a quegli anni ’80 con una nostalgia diversa: la nostalgia di chi dice “chissà com’era”, di chi guarda a un tempo in cui si manifestava, si ballava, si stava insieme. Una nostalgia politica e fisica, più che sentimentale.
Questi testi sono molto vivi, pulsanti. I tre che ho scelto ovvero Viaggio, Altri libertini e Autobahn, li ho scelti perché mi appartenevano di più, ma anche perché mi sembravano i più predisposti alla scena. Non ho fatto un vero e proprio adattamento teatrale, nel senso classico del termine: non ho trasformato la narrazione in dialoghi o riscritto le parole di Tondelli. Ho semplicemente intrecciato i tre racconti tra loro, costruendo una drammaturgia inedita che funge da cornice, formata da frammenti autobiografici e riflessioni personali nostre, mie e degli attori, sul rapporto con gli anni Ottanta e con alcune delle tematiche che attraversano i testi.
È stato un lavoro di “taglia e cuci”, non di manipolazione. Il testo di Tondelli, in sé, è già perfetto: intervenire troppo avrebbe significato ridurlo, impoverirlo. Mi sembrava che ci fosse già, in quelle pagine, un trionfo della carne, della vita, del desiderio. Portarli semplicemente in scena bastava per farli esplodere.
Il tema del viaggio, poi, è molto presente, ma l’ho voluto leggere in una chiave diversa. In Tondelli è spesso un viaggio reale, penso ad Autobahn, che racconta una fuga verso Amsterdam, ma nel mio lavoro diventa soprattutto un viaggio interiore, emotivo, un percorso attraverso le tappe della propria esistenza.
Lo spazio scenico, per esempio, è sempre lo stesso, la scenografia non cambia mai: eppure dentro quello spazio fisso i personaggi si muovono, attraversano età, esperienze, stati d’animo. È un viaggio che non ha bisogno di chilometri, ma di intensità. In Viaggio, Tondelli racconta il passaggio dalla giovinezza all’età adulta; in Autobahn, invece, quel viaggio non si conclude mai, resta sospeso. Tutti e tre i racconti, in fondo, parlano di trasformazione e di passaggio, ed è quello che mi interessava esplorare.
Tondelli si rifaceva spesso a Kerouac e alla letteratura “on the road”, ma io, sinceramente, non amo Sulla strada: lo trovo un romanzo sopravvalutato, e non sento un vero legame tra i due. Il mio lavoro non nasce da quell’immaginario del viaggio come fuga, ma dal viaggio come attraversamento di sé, come mappa emotiva.
Nel fare questo lavoro d’incastro tra i tre racconti mi ha guidata un doppio movimento: da un lato un rimando di parole, temi, immagini che si richiamano e si rimbalzano come una palla; dall’altro un rimando sonoro, musicale. Lo spettacolo, infatti, è costruito come una sorta di concerto.
C’è un ritmo interno, un battito, un “beat” che attraversa tutto. E se volessimo, anche forzando un po’, potremmo collegarlo alla dimensione della beat generation, al beat inteso non solo come ritmo ma come stato d’animo, come modo di essere. Anche in Tondelli c’è qualcosa di musicale, di sincopato, di spezzato, e in questo senso sì, si potrebbe leggere la nostra drammaturgia come una scrittura “jazzata”.
Detto questo, io ho attraversato questa dimensione più sonora e ritmica in modo molto libero, senza mai rifarmi davvero al jazz, che pure è stato un mio grande amore, oggi, però, lo detesto. Diciamo che ho preso dal jazz l’idea dell’improvvisazione, del dialogo tra strumenti, del ritmo che si sposta continuamente, ma senza alcuna volontà di citazione o di omaggio. È più un modo di stare in scena, di respirare insieme, di costruire il tempo dello spettacolo come si costruisce una partitura musicale: attraverso il corpo, la voce, la presenza.

Per me il teatro è, prima di tutto, uno spazio politico. E lo è nel senso più originario del termine: polis, la comunità, la città, la collettività. Non parlo di politica come dibattito o come appartenenza partitica, ma come responsabilità nei confronti del mondo. Un teatro che non si interroga sulla polis, che non guarda ciò che accade intorno a sé, per me non ha motivo di esistere.
Questo non significa che ogni spettacolo debba affrontare temi “politici” in senso stretto; significa che deve interrogarsi sulla società, sulla contemporaneità, sull’essere umano nel suo tempo.
Il primo motivo per cui faccio teatro è personale, la morte, e la paura della morte, ma subito dopo c’è questo: la necessità di guardare l’uomo e il suo disagio dentro la polis.
Altri libertini, in questo senso, è uno spettacolo profondamente politico, non perché parla degli anni Ottanta, ma perché mette al centro l’essere umano nella sua marginalità, nel suo non riconoscersi nel mondo che lo circonda. E questo, credo, è un tema ancora oggi attualissimo. Forse più di allora.
Non lo so, se avessero la mia età, che cosa penserebbero. L’altro giorno non so chi mi poneva la questione su Pasolini. La questione è che il mondo è cambiato veramente troppo in fretta. Cioè, nel senso, forse cambia sempre in fretta, e io, ripeto, forse sto diventando vecchia, ma al di là di tutto c’è un problema. Nel senso che Internet ha creato una rivoluzione totale. E questa rivoluzione ha cambiato le assi del mondo, nonché, appunto, il capitalismo ha cambiato le cose. Dunque, come tutti gli intellettuali, si sarebbe adattato a questo mondo, avrebbe detto la sua, e quindi, non lo so: forse avrebbe comunque ricercato tra gli anfratti di questo nuovo mondo i suoi libertini, oppure no, avrebbe scritto qualcos’altro. Essendo lui molto attento a quello che succedeva, avrebbe avuto un altro tipo di antenne.
Non lo so, non sono brava a fare questi giochi del “se”.

Oggi fare cultura in Italia è difficilissimo. Che sia teatro, che sia cinema, che sia arte, che siano libri. Perché ovviamente questo governo non ha interesse a sostenere la cultura e spesso, anche non solo la destra ma anche la sinistra, mostra di non avere un interesse, ma solo il bisogno di raccogliere consensi. E questa cosa del “popolare”, che l’arte popolare è qualcosa di nobile, è stata confusa con il populismo. Dunque il livello culturale si è abbassato. Quindi l’offerta, la proposta e il consumo. Quindi sì, è un atto di resistenza.
Dall’altra parte, è un Paese ancora profondamente gerontocratico e maschilista. Io, l’anno prossimo, compio vent’anni che faccio la capocomico. È stato, e lo è tuttora, una continua battaglia. Vinta però.
Ci vuole molta fatica. Io, per il mio lavoro, ho sacrificato tutto. Anche tante tappe che alcune donne hanno potuto vivere e io no, della vita. Che ho scelto anche di non vivere perché ero molto immersa nelle mie cose, che richiedono quotidianamente tutto. E lo richiedono un po’ di più se sei giovane, anche se io non lo sono più, ma continuo a essere considerata una ragazza, nonostante abbia quarantatré anni. Ma quando ho cominciato effettivamente ne avevo venti, e quindi ero veramente giovane.
Io spero che, in qualche modo, la mia esperienza, come altre che ormai stanno venendo fuori in maniera anche chiara e brillante, possa essere un esempio, uno sguardo. A volte è difficile immaginare qualcosa che non esiste: solo se esiste, tu la puoi immaginare. Desiderare di essere qualcosa di cui non vedi il modello. Io, dato che ho forse una buona dose di testosteronica, mi sono sempre riferita a modelli maschili. Per questo ho voluto immaginarmi, da piccola, come capocomico, come regista, come drammaturga. Perché, se avessi dovuto scegliere dei modelli femminili, non li avrei trovati.
Spero che invece io, come alcune della mia generazione e di quelle future, possa essere un esempio per tutte le donne che hanno questo desiderio: che è distante dall’essere attrice, dunque musa di un regista, ma è l’essere se stesse creatrici.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.