L’abito più bello della Notte della Taranta non era quello che pensavate

EVENTIAgosto 26, 2026

Diciamolo senza girarci troppo intorno: quest’anno, alla Notte della Taranta, il vestito più bello lo portava Welo, rapper che nell’ultimo periodo si è fatto largo con la sua voce e il suo linguaggio, mentre cantava Core meu.

Firma il capo Cristiano Accogli, ventiquattro anni, di Andrano e il ricordo delle mani di sua nonna Pina. Perché sì, l’uncinetto, quello delle nostre nonne, quello dei centrini sul comò che da bambini guardavamo con un misto di noia e soggezione, torna a essere linguaggio, e stavolta lo fa sul corpo di Welo.

È qui che l’abito diventa interessante, oltre che bellissimo, almeno per me! Mette insieme due cose che a Melpignano raramente si guardano con la stessa intensità: il rito antico, quello della pizzica, del morso, della terra che cura  se  stessa cantando, e l’urgenza contemporanea di un ragazzo che scrive rap, con la sensibilità di chi la provincia la conosce da dentro. Non un costume di scena calato sul personaggio, ma un progetto nato dal dialogo: è stato lo stesso Welo a cercare Accogli, a chiedergli di trasformare un’idea in un look pensato apposta per quel palco, per quella luce, per quella notte.

E il lavoro si vede tutto: la lavorazione all’uncinetto, i ricami, impreziositi da Swarovski e paillettes applicati uno ad uno, per costruire luce e movimento sul corpo mentre si muove.

Il risultato è un pezzo completamente personalizzato, su misura, fatto in Salento, che tiene insieme l’artigianalità di una tradizione tessile antichissima e una ricerca stilistica che guarda avanti, non indietro. La stessa contraddizione bellissima che regge tutta la serata: la pizzica che incontra il rock, il fado, l’urban, e non si spezza, si allarga.

Ma è sul corpo di Welo che tutto ciò funziona meglio che altrove. Un ragazzo delle nuove generazioni, cresciuto nella provincia che racconta senza filtri nei suoi testi, avvolto in un capo che porta la memoria delle mani di una nonna. Tradizione e contemporaneità che non si limitano a convivere: si toccano, si tengono sul proprio corpo. Ed è forse questo il vero pezzo di narrazione salentina della serata: non serve rinnegare da dove si viene per essere, con tutta l’urgenza del presente, se stessi.

Fatto a mano. Fatto su misura. Prodotto in Salento. Non è uno slogan. È, in tre parole, tutto quello che il Salento sa fare quando smette di raccontarsi in cartolina.

ph Mattia Chetta

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