
Roma. Nel programma del Contemporaneo Futuro, tra le proposte dedicate alle nuove generazioni, emerge anche un lavoro che si distingue per misura e intensità. Il coro dell’alba, firmato dal Consorzio Balsamico, è andato in scena al Teatro India nel giorno del debutto nazionale.
In scena un piccolo stormo di uccelli. Crescono insieme, condividono spazio e tempo, fino a quando una tempesta modifica l’equilibrio: la gabbia si apre, il cielo entra, il volo diventa una possibilità concreta. La costruzione scenica segue una linea essenziale. Marionette in fil di ferro, ombre, luce e un paesaggio sonoro composto da richiami, respiri e variazioni minime. Ogni elemento dialoga con l’altro e disegna un ambiente in continuo mutamento.

Il nucleo del lavoro coincide con un passaggio preciso: volare significa sì lasciare, ma il gesto del distacco si carica di senso e definisce una nuova forma di relazione. La distanza amplia lo spazio del legame, lo rende più complesso e più sottile. Crescere assume questa direzione: cambiare posizione nel mondo senza perdere il filo che unisce. Qui si riconosce la forza dello spettacolo. Il lasciar andare prende forma con una scrittura asciutta, priva di sovrastrutture. Il gesto minimo acquista valore, il significato si dilata.
Nel contesto del festival, che indaga il rapporto tra infanzia e realtà, linguaggi e possibilità, Il coro dell’alba trova una collocazione precisa: il teatro di figura e la dimensione animale diventano strumenti per raccontare un momento comune; il passaggio verso una nuova autonomia, con la memoria di ciò che ha formato l’identità. L’immagine finale consegna una traccia chiara: un filo invisibile tiene insieme anche quando le direzioni cambiano.
Uno spettacolo di grande precisione, costruito con delicatezza e pensiero, che prende forma grazie al lavoro scenico delle interpreti. Giada Borgatti guida il suono e la voce con una modulazione continua, passa da un registro all’altro con una rapidità sorprendente e disegna presenze diverse con pochi scarti, mentre Silvia Cristofori e Marzia Meddi sostengono l’azione con un controllo rigoroso del gesto e della materia. Le marionette di Alessandra Stefanini contribuiscono a definire un immaginario leggero e incisivo, dove ogni movimento trova una direzione precisa.
Insomma, buona vita a questo spettacolo!

Dalla tribou di Zazibou