Abracadabra dei Babilonia Teatri: la magia racconta il dolore della perdita

TeatroAprile 13, 2026

Abbiamo visto Abracadabra, il nuovo spettacolo dei Babilonia Teatri, una delle realtà più autorevoli e premiate del teatro contemporaneo italiano. Una compagnia che negli anni ha costruito una ricerca radicale, sempre ancorata alla vita, che entra nelle pieghe più esposte dell’esperienza umana.

L’incontro con Francesco Scimemi, prestigiatore palermitano con oltre trent’anni di carriera, apre qui una direzione inattesa. Volto noto al grande pubblico fin dagli anni Novanta, quando Pippo Baudo lo porta in televisione con Gran Premio, poi presenza in programmi come Domenica In e Zelig, Scimemi arriva sul palco con il suo bagaglio di magia comica e lo mette al servizio di qualcosa che cambia completamente segno. Accanto a lui Enrico Castellani, Valeria Raimondi ed Emanuela Villagrossi costruiscono un dispositivo scenico potente, forte, come un pugno in piena faccia.

Quello che prende forma ha poco a che fare con l’idea tradizionale di spettacolo di magia. L’illusionismo diventa struttura del racconto, strumento per avvicinare ciò che sfugge. Il punto di partenza è una vicenda reale, intima: la morte della compagna di Scimemi. Da lì si apre un percorso.

In scena tutto lavora con una precisione sorprendente. Castellani e Raimondi guidano la partitura con il loro ritmo serrato, fatto di accumuli e fenditure; Villagrossi abita uno spazio mobile, figura che appare e si sottrae, corpo che si trasforma in ricordo; Scimemi sposta continuamente l’equilibrio. La sua voce arriva diretta, senza protezione, prende lo stomaco e lo espone. Poco importa la sua tecnica attoriale: quello che dice scava, tocca, gli si perdona di non essere un professionista del teatro. Questo aspetto passa letteralmente in secondo piano.

La magia si carica di senso. Ogni trucco entra nella drammaturgia, diventa immagine precisa. Una sparizione si trasforma in perdita, una ricomparsa apre una domanda. Il meccanismo si mostra e nello stesso tempo si trasfigura, diventa metafora concreta di una frattura che riguarda tutti. Da quel punto la scena si riempie di un’assenza che continua a occupare spazio.

Il lavoro tiene insieme registri diversi senza perdere direzione. Si ride, e subito dopo arriva un colpo netto, poi ancora una risata più tesa, quasi a difesa. Babilonia Teatri costruisce una tensione continua che non cerca consolazione: il dolore di uno diventa il dolore di molti, prende forma, trova una lingua.

Anche il tempo entra in gioco. Una lettera resta visibile per tutta la durata dello spettacolo, poi si apre e restituisce parole che sembrano già appartenere a chi guarda. Un piccolo slittamento, quasi impercettibile, e il confine tra scena e platea si incrina.

Abracadabra tiene insieme due mondi lontani, la magia e la morte, e li fa dialogare senza protezioni. L’incanto dell’illusione incontra il peso della perdita, e in quell’incontro si apre uno spazio in cui il teatro dà forma a ciò che sfugge, nominare quello che di solito resta sospeso.

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