Il ritorno al paese: il nuovo cinema italiano parla in dialetto

CINEMAAprile 23, 2025


Da “Le Otto Montagne” a “Palazzina Laf”, un’ondata di film riscopre le storie e i paesaggi delle province italiane, mescolando radici e sperimentazione.


C’è una nuova corrente nel cinema italiano, e scorre tra i vicoli stretti di paesi dimenticati, nelle valli dove il cellulare non prende, nelle periferie che non si specchiano mai nelle vetrine del centro. È un cinema che torna a parlare in dialetto, che filma le mani callose, i silenzi lunghi, le case coi mobili di trent’anni fa. Un cinema che guarda alla provincia non con nostalgia, ma con attenzione. Non idealizza, non semplifica. Racconta.

Lo abbiamo visto con Le Otto Montagne di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, Palma d’oro a Cannes nel 2022: un film che trasforma le Alpi in un universo interiore, dove la lentezza è necessità. Lo ha fatto Palazzina Laf di Michele Riondino, con la Taranto industriale come sfondo e ferita, mescolando il realismo sociale al grottesco, come in una fiaba amara. E poi c’è L’Immensità di Emanuele Crialese, dove la Roma degli anni ’70 vista da una bambina somiglia a un paese immobile, pieno di confini invisibili.

Questa nuova stagione di film non è solo una questione di location. È una scelta di sguardo. La macchina da presa non è più calata dall’alto, ma si mette alla pari dei luoghi e delle persone. I personaggi parlano come si parla davvero, con accenti, inflessioni, intercalari che non vengono più tagliati in montaggio. C’è una fame di autenticità che si scontra con le logiche di mercato, ma anche una sorprendente vitalità narrativa che sta portando il cinema italiano a nuovi riconoscimenti internazionali.

I registi e le registe scelgono spesso storie “piccole” per raccontare il mondo: la crescita, l’identità, la rabbia, l’amore, l’appartenenza. Ma c’è qualcosa in più. C’è l’idea che la provincia non sia più il luogo da cui scappare, ma quello da cui ripartire per immaginare il futuro.

Ed è forse questo che colpisce: la provincia, da eterno altrove, diventa finalmente centro.

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