
Da “Le Otto Montagne” a “Palazzina Laf”, un’ondata di film riscopre le storie e i paesaggi delle province italiane, mescolando radici e sperimentazione.
C’è una nuova corrente nel cinema italiano, e scorre tra i vicoli stretti di paesi dimenticati, nelle valli dove il cellulare non prende, nelle periferie che non si specchiano mai nelle vetrine del centro. È un cinema che torna a parlare in dialetto, che filma le mani callose, i silenzi lunghi, le case coi mobili di trent’anni fa. Un cinema che guarda alla provincia non con nostalgia, ma con attenzione. Non idealizza, non semplifica. Racconta.
Lo abbiamo visto con Le Otto Montagne di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, Palma d’oro a Cannes nel 2022: un film che trasforma le Alpi in un universo interiore, dove la lentezza è necessità. Lo ha fatto Palazzina Laf di Michele Riondino, con la Taranto industriale come sfondo e ferita, mescolando il realismo sociale al grottesco, come in una fiaba amara. E poi c’è L’Immensità di Emanuele Crialese, dove la Roma degli anni ’70 vista da una bambina somiglia a un paese immobile, pieno di confini invisibili.
Questa nuova stagione di film non è solo una questione di location. È una scelta di sguardo. La macchina da presa non è più calata dall’alto, ma si mette alla pari dei luoghi e delle persone. I personaggi parlano come si parla davvero, con accenti, inflessioni, intercalari che non vengono più tagliati in montaggio. C’è una fame di autenticità che si scontra con le logiche di mercato, ma anche una sorprendente vitalità narrativa che sta portando il cinema italiano a nuovi riconoscimenti internazionali.
I registi e le registe scelgono spesso storie “piccole” per raccontare il mondo: la crescita, l’identità, la rabbia, l’amore, l’appartenenza. Ma c’è qualcosa in più. C’è l’idea che la provincia non sia più il luogo da cui scappare, ma quello da cui ripartire per immaginare il futuro.
Ed è forse questo che colpisce: la provincia, da eterno altrove, diventa finalmente centro.
Giornalista, mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore) e molti contributi sono stati pubblicati in diversi saggi. Ho un laboratorio di digital stoytelling presso l’Università del Salento.
Docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alterno comunicati stampa, la mia disappunti a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.






