
Negli anni ‘90, lo slogan ‘Girl Power’ è stato il grido di battaglia di una generazione di ragazze cresciute con le Spice Girls. Era una dichiarazione di indipendenza, di forza e di solidarietà tra donne. Ma oggi, nel 2025, dire ‘Girl Power’ non sembra più abbastanza.
Viviamo in un’epoca in cui il femminismo si è frammentato in mille correnti e innumerevoli interpretazioni. Da un lato, ci sono i post femministi di Instagram con citazioni motivazionali e tazze con scritto ‘Boss Babe’. Dall’altro, ci sono movimenti di protesta che scendono in piazza per i diritti fondamentali. E in mezzo? Milioni di donne che cercano di capire come bilanciare empowerment personale e lotta collettiva.
Negli ultimi anni, il femminismo è diventato una moda. Lo vediamo nelle magliette con scritte come ‘Future is Female’ e nei rossetti ’empowering’ di brand famosi. Il problema? Spesso si tratta di vuoto marketing: dietro la patina glitterata, poche aziende mettono davvero in pratica valori femministi. Anzi, molte di loro sfruttano la manodopera femminile nei paesi in via di sviluppo, dimostrando una coerenza che fa acqua da tutte le parti.
La sfida oggi è riportare il discorso femminista dalla superficie al contenuto. Celebrare l’empowerment va bene, ma non può fermarsi alla foto perfetta con la didascalia giusta. Dobbiamo parlare di parità salariale, di diritti riproduttivi, di rappresentazione nelle istituzioni e sul posto di lavoro.
È ora di abbandonare l’estetica da ‘girl boss’ e parlare di equità, di lotta sociale e di sorellanza come pratica quotidiana e non come slogan su una shopper. Il femminismo pop può essere un ottimo punto di partenza, ma deve evolvere per non diventare solo una moda passeggera.
Iniziamo a sostenere realtà che fanno davvero la differenza, smettiamo di acquistare empowerment come fosse un accessorio. Educare, partecipare, e – perché no – criticare quando serve, anche se fa perdere qualche like. Solo così il ‘Girl Power’ potrà trasformarsi in un vero potere sociale.

Dalla tribou di Zazibou