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C’è un’idea di mondo che si sgretola piano, silenziosa. Quella dove l’unico modo per sopravvivere è essere duri, spigolosi, impermeabili. Dove bisogna mostrarsi sempre forti, sempre all’altezza, sempre allineati al cinismo dominante. Ma poi, ogni tanto, arriva qualcuno a ricordarci che esiste un’alternativa.
C’è un’Italia che ha ancora voglia di essere lieve, che sa riconoscere la grazia quando la incontra. E ogni tanto, quasi per sbaglio, la premia. Per questo, quando questa mattina ho letto sul web (ebbene sì, ma si sa, non sono nata per la notte) che Lucio Corsi ha vinto il secondo posto al Festival di Sanremo, con la sua Volevo essere un duro – una ballata sottile come carta velina e resistente come l’acciaio – ho pensato: meno male.
Meno male che ha vinto uno che ha fatto della delicatezza una dichiarazione poetica.
Meno male che esistono ancora artisti così, che sanno scrivere canzoni come Astronave giradisco, come Magia nera, come Cosa faremo da grandi?. Canzoni che sembrano appunti presi in volo, frammenti di mondi laterali, ma che alla fine ti si incastrano nel cuore con una precisione chirurgica.
Meno male che c’è chi sa tenere insieme la provincia e le stelle.
Meno male che, in un paese dove la musica sembra sempre più incasellata tra le esigenze del mercato e la ricerca spasmodica di un ritornello da TikTok, ha vinto un cantautore che sceglie ancora le immagini, il racconto.
E meno male che ha vinto proprio con Volevo essere un duro, che è una dichiarazione di resa e insieme una vittoria, un inno alla fragilità. Una canzone che parte da un desiderio di maschera – “volevo essere un duro” – e finisce col celebrarne la caduta. Un pezzo che ha il coraggio di dire che la fragilità non è un difetto da correggere, ma una verità da accogliere.
Lucio Corsi è sempre stato così: un artista che sembra arrivato da un altro tempo, da un’altra traiettoria, e che invece è qui, adesso, a ricordarci che si può essere leggeri senza essere superficiali, che si può raccontare il mondo con dolcezza senza risultare ingenui, che si può essere eleganti senza essere distanti.
E allora sì, per una volta, ha vinto la musica che sa ancora essere gentile. Ha vinto la grazia. Ha vinto la possibilità di non doversi irrigidire per farsi ascoltare. Ha vinto un testo che sembra acquerello eppure ha la forza di un’onda.
E per un attimo, sembra di stare in un mondo un po’ migliore.
Tratta da Disappunti #56
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.