
Prima di parlare di Uno splendido errore, dobbiamo necessariamente risolvere una questione che ci tormenta: perché continuiamo a cambiare i titoli delle serie TV? Perché My Life with the Walter Boys – letteralmente, senza bisogno di aver frequentato Oxford, La mia vita con i ragazzi Walter – in Italia è diventato Uno splendido errore? Qual è l’errore? Perché è splendido? Chi lo ha commesso? Jackie? Netflix? Noi che abbiamo iniziato la prima puntata pensando di guardarne una sola e qualche ora dopo avevamo opinioni molto precise sulla vita sentimentale di un’adolescente del Colorado?
Non lo sappiamo. Sappiamo però che Uno splendido errore, disponibile su Netflix, è uno di quei teen drama costruiti con ingredienti che conosciamo praticamente a memoria e che, contro ogni previsione, continuiamo a consumare con una certa voracità. La protagonista è Jackie Howard, interpretata da Nikki Rodriguez: vive a New York, è brillante, ambiziosa, organizzata e sembra aver programmato buona parte della propria esistenza quando una tragedia familiare cambia tutto. Jackie si trasferisce così a Silver Falls, in Colorado, a casa di Katherine Walter, migliore amica di sua madre e sua nuova tutrice. Katherine è interpretata da Sarah Rafferty – sì, proprio Donna di Suits – e vive con il marito George, interpretato da Marc Blucas, e una quantità di figli tale che per le prime puntate rinuncerete serenamente a capire chi sia chi.
Jackie passa quindi dalla sofisticata Manhattan a una casa di campagna in cui qualcuno sta sempre mangiando, litigando, correndo, giocando a football oppure entrando da una porta. Potrebbe essere una storia sul lutto, sulla ricostruzione di una vita e sulla possibilità di trovare una nuova famiglia. E in effetti lo è. Ma sappiamo tutti perché siamo qui: ci sono due fratelli.
Ovviamente.
I due Walter destinati a complicare definitivamente la vita di Jackie sono Alex e Cole. Alex, interpretato da Ashby Gentry, è sensibile, intelligente, affidabile. Legge, ragiona, parla. Ha tutte le caratteristiche che nella vita reale ci farebbero dire a un’amica: «Scegli lui». Cole, interpretato da Noah LaLonde, è invece l’esemplare perfetto di una specie che la televisione protegge da almeno trent’anni: il ragazzo bellissimo con un dolore irrisolto. Ex promessa del football, costretto ad abbandonare il campo dopo un infortunio, attraversa Silver Falls con l’espressione di chi porta sulle spalle l’intera malinconia del continente americano.
A questo punto il teen drama applica una delle sue leggi fondamentali: se una ragazza deve scegliere tra un ragazzo emotivamente disponibile e uno che richiederebbe almeno diciotto mesi di terapia, la sceneggiatura farà in modo che il secondo abbia una luce migliore. Ed eccoci qui. Il triangolo Jackie-Alex-Cole è il motore sentimentale della serie e funziona proprio perché Uno splendido errore non tenta neanche troppo di fingere di essere qualcosa di nuovo. La storia nasce dal romanzo di Ali Novak, pubblicato originariamente su Wattpad, e la sua grammatica appartiene pienamente a quel mondo: sentimenti enormi, ragazzi bellissimi, famiglie complicate, amori impossibili e una provincia americana in cui apparentemente nessuno trascorre mai una serata semplicemente sul divano.
A Silver Falls, infatti, succede sempre qualcosa. Noi ricordavamo l’adolescenza come un periodo composto prevalentemente da autobus persi, pomeriggi senza niente da fare e conversazioni inutili. Qui no. Qui abbiamo feste, falò, partite, rodei, balli, matrimoni, raccolte fondi, problemi economici, drammi familiari, relazioni clandestine, dichiarazioni d’amore e persone che si baciano esattamente nel momento meno opportuno. La provincia americana delle serie TV continua a essere uno dei posti più impegnativi in cui vivere. Soprattutto perché tutti incontrano continuamente tutti: Jackie non può uscire per prendere una boccata d’aria senza trovare un Walter appoggiato a una staccionata pronto a dirle qualcosa di emotivamente significativo.
Ed è proprio qui che arriva il problema: funziona. Uno splendido errore non rivoluziona il teen drama, fa praticamente il contrario. Conosce perfettamente il repertorio e lo utilizza senza vergogna: la ragazza nuova, il trasferimento dalla metropoli alla provincia, il trauma da elaborare, la famiglia acquisita, il bravo ragazzo, il bad boy, l’ex fidanzata, la gelosia, il football, il futuro universitario. Non vuole decostruire l’adolescenza, vuole raccontarla attraverso sentimenti giganteschi. Uno sguardo dura abbastanza da permetterci di preparare il caffè. Un «dobbiamo parlare» assume la gravità di una crisi diplomatica. Un bacio è potenzialmente in grado di compromettere gli equilibri geopolitici della famiglia Walter. Ed è bellissimo così.
Poi arriva la seconda stagione e succede quello che prima o poi accade in quasi tutte le serie teen: tutti diventano ancora più belli. Jackie torna in Colorado, Cole deve capire che cosa fare della propria vita e Alex rientra dal rodeo camp trasformato. Se nella prima stagione rappresentava il porto sicuro del triangolo, nella seconda qualcuno deve aver deciso che rendere la scelta semplice sarebbe stato narrativamente irresponsabile. E così anche Alex viene sottoposto al tradizionale glow-up seriale. Cole, intanto, rimane Cole: biondo, tormentato e costantemente illuminato come se il tramonto del Colorado fosse stato assunto dalla produzione con l’unico incarico di seguirlo.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: Team Alex o Team Cole? È una tradizione televisiva che attraversa le generazioni. Joey doveva scegliere Dawson o Pacey, Elena Stefan o Damon, Bella Edward o Jacob, Belly Conrad o Jeremiah. Ogni generazione ha bisogno di due uomini immaginari tra cui scegliere e di almeno un’amica a cui spiegare per quaranta minuti perché la scelta palesemente sbagliata sia in realtà quella giusta. Uno splendido errore si inserisce perfettamente nella tradizione. Alex rappresenta ciò che probabilmente sceglieremmo nella vita reale. Cole ciò che decenni di televisione ci hanno addestrati a scegliere sullo schermo. Il primo comunica. Il secondo guarda nel vuoto. Purtroppo il teen drama ha dimostrato più volte che guardare nel vuoto, se fatto con gli zigomi giusti, possiede una forza narrativa difficilmente contrastabile.
Quindi sì, abbiamo visto Uno splendido errore. E ci è piaciuto. Non perché sia perfetto, non perché abbia reinventato il genere e nemmeno perché siamo finalmente riusciti a memorizzare tutti i membri della famiglia Walter. Ci è piaciuto perché appartiene a quella categoria di serie che non hanno paura di essere esattamente quello che promettono: romantiche, prevedibili, rassicuranti e sufficientemente drammatiche da convincerci che scegliere con chi andare al ballo possa essere una questione di importanza nazionale. Ha cavalli, montagne, football, una casa sempre piena, una protagonista contesa tra due fratelli e una quantità considerevole di persone bellissime con problemi sentimentali. A volte non serve altro.
Rimane soltanto la questione iniziale. Perché My Life with the Walter Boys sia diventato Uno splendido errore continua a sfuggirci. Dopo due stagioni, però, possiamo almeno avanzare un’ipotesi: lo splendido errore siamo noi, che continuiamo a dire di essere troppo grandi per queste serie e poi, davanti a Jackie che deve scegliere tra Alex e Cole, improvvisamente abbiamo di nuovo sedici anni e un’opinione fortissima.

Dalla tribou di Zazibou






