
Viviamo nell’epoca della pubblicazione compulsiva, dell’autoproduzione a portata di click, del “l’ho scritto io” sbandierato come un titolo nobiliare. E così, ogni volta che qualcuno pubblica un libro – che sia un romanzo, una raccolta di aforismi, un diario travestito da fiction o una sequela di pensieri in disordine – si grida al miracolo. Al debutto. Alla nascita di un nuovo scrittore.
Ma scrivere un libro non significa essere scrittori. Così come possedere una macchina fotografica non fa di te un fotografo. Così come costruire un tavolo non ti trasforma in un falegname o usare Instagram, un social media manager. L’arte – e la scrittura è arte – ha bisogno di mestiere, rigore, visione, ascolto. Di tempo. Di fallimenti. Di riscritture. Di quella cosa rara e faticosa che si chiama voce.
Essere scrittori non è un atto, è un processo. E pubblicare – oggi più che mai – è solo un passaggio. Un click. Un pdf caricato su una piattaforma. Una copertina generata dall’intelligenza artificiale. Nessuna selezione, nessun editing, nessun dialogo con la storia, con la lingua, con chi è venuto prima e con chi verrà dopo.
Non è snobismo. È rispetto. Per chi scrive, ma soprattutto per chi legge. Per chi crede ancora che le parole abbiano un peso, che ogni frase sia una scelta, e che raccontare il mondo – anche in una storia inventata – sia un atto di responsabilità. Di artigianato, non di egocentrismo.
Uno non vale uno. E va bene così. Perché il talento, la dedizione, la profondità d’animo, la capacità di costruire un immaginario – tutto questo non si improvvisa e non si stampa a comando. Si coltiva. E si riconosce.
Pubblicare un libro non è l’arrivo. È forse, se ci si crede davvero, l’inizio. Ma per favore: non confondiamo un esercizio con una vocazione. Non basta scrivere un libro per essere uno scrittore. Bisogna saperlo abitare.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.