
*Ovvero: come basta avere uno smartphone e una piattaforma su cui pubblicare (ma non è detto che dovreste)
Negli ultimi anni si è diffusa una nuova pandemia: quella del “lo faccio io” applicato alla comunicazione.
Basta avere uno smartphone, l’accesso all’account Instagram di un progetto, e una vaga idea di cosa sia Canva, per sentirsi autorizzati a “occuparsi dei social”. Senza formazione, senza strategia, senza nemmeno rileggere le didascalie.
E così, accade il miracolo: in ogni ufficio, associazione, ente pubblico o privato, c’è sempre qualcunə che “si occupa della comunicazione” per passione, per simpatia o perché “tanto non ci vuole niente”.
Ecco: niente è più pericoloso di chi pensa che “non ci voglia niente”.
Scrivere un post non significa “buttare due frasi”, come scegliere cosa cucinare la sera. La comunicazione digitale è un mestiere che unisce scrittura, pensiero strategico, capacità visiva, conoscenza del pubblico, coerenza identitaria. Richiede tempo, metodo, sensibilità. Non è il tappabuchi di chi ha un’ora libera tra una call e una mail.
Eppure sempre più spesso, chi lavora davvero in questo campo si trova a dover correggere, riscrivere, rimediare a contenuti pubblicati da chi non distingue un hashtag da un tono di voce, un logo vettoriale da una jpeg sgranata. Con la scusa che “è solo un post”. Ma un post può fare più danni di una conferenza stampa. Può rovinare la reputazione di un evento, banalizzare un progetto, sabotare mesi di lavoro.
Instagram è democratico. Ma la comunicazione non è un’assemblea condominiale. Non basta avere la password per saper comunicare. Non basta saper pubblicare una storia per costruire un’identità. Non basta sapere dove cliccare, se non sai cosa dire, a chi dirlo e perché. Improvvisarsi comunicatori è diventato lo sport nazionale: il problema è che spesso lo si fa sui profili ufficiali di progetti culturali, istituzioni, enti, festival, artisti. E i risultati si vedono: comunicazione raffazzonata, identità visiva che cambia ogni settimana, contenuti piatti, confusi o scopiazzati.
Tutto uguale, tutto sbagliato. E nessuno che se ne prende la responsabilità.
La frase più sentita da chi lavora nel settore. Chi ha studiato, progettato, scritto, coordinato, si trova a fare il pompiere. Sempre dopo. A mettere ordine dove altri hanno messo fretta. A sistemare un’immagine, una caption, un calendario editoriale massacrato dal “ci ho pensato io”. Ma no: non è solo una questione di estetica. È una questione di credibilità. Di narrazione. Di rispetto del lavoro.
Chi comunica costruisce immaginari. Decide cosa si vede e cosa no. Dare in mano questa responsabilità a chi non sa gestirla significa rendere il superfluo protagonista e il valore invisibile.
Siamo tutt* social media manager, certo, ma il punto non è chi può pubblicare. Il punto è: chi sa comunicare davvero? E soprattutto: siamo disposti ad accettare che non si improvvisa?
Se c’è una cosa che andrebbe postata oggi, è questo: La comunicazione non è per chi ha tempo libero, è per chi ha visione. E il digitale non è un gioco, è un’estensione del pensiero.
Il resto sono stories, che si cancellano in 24 ore. Ma i danni, spesso, restano.

Dalla tribou di Zazibou