
Quando un uomo parla di movimenti femminili, le donne sono sempre un minimo sospettose. C’è un brivido da mansplaining che aleggia tra le righe, pronto a sminuire ogni entusiasmo – sarà un uomo che vuole certificare la nostra esistenza? Invece Massimo Gatta non fa niente di tutto questo. Mostra un “esercito silenzioso” che esce dall’ombra e che prende parola. Una parabola di crescita e riconoscimento raccontata con verità ed entusiasmo.
“Scrivere con competenza di donne realmente vissute e note per il loro amore dei libri – be’, tanto interesse intellettuale per l’altra metà del cielo non è stato, in Italia, cosa scontata come in altri Paesi dell’Europa occidentale, su tutti Francia e Inghilterra”. Così si legge nella prefazione di Hans Tuzzi, a cui fa eco la riflessione di Carmen Verde: “C’è chi sostiene che sarebbe una beffa morire mentre si sta leggendo, senza sapere come andrà a finire. Sciocchezze. Sfuggono due minimi, importantissimi particolari: che nessun libro finisce davvero e che si legge sempre quello che già si trova dentro di noi, inaccessibile. Si legge e si rilegge il proprio dolore”. Da qui comincia il racconto di una passione in modo semplice, chiamando per nome un’assenza – un dolore, appunto.
“Un testo di giustizia storica”, lo definisce l’editore Roberto Russo.
Per secoli la storia del libro ha avuto voce maschile, polso maschile, firma maschile. Afferma Elke Heidenreich: “la donna che legge si fa domande, e così facendo distrugge delle regole saldamente radicate”. Quali? Gatta ribalta il tavolo. Dall’ombra emerge l’esercito silenzioso di cui dicevamo: bibliofile, collezioniste, tipografe, rilegatrici, bibliotecarie. Non comparse o muse relegate al margine, ma protagoniste, vere imprenditrici.
Il nodo è antico e brucia ancora: perché leggere, per una donna, significa scegliere, dubitare, spostare i confini. Dai manuali medievali per vergini obbedienti alla lettura come piacere puro, fino alla bibliofilia come gesto estremo d’indipendenza – possedere un libro non è accumulare carta, è costruire un perimetro mentale. Qualcosa che faccia dire: questo spazio è mio.
Isabella d’Este, per esempio, non è una dama che colleziona per vanità – superando quel tono lezioso spesso erroneamente attribuito alla lettura femminile – ma una mente che si auto-edifica. La sua biblioteca è un progetto politico, estetico ed esistenziale. Prima donna a possedere uno “studiolo” – fino ad allora territorio esclusivamente maschile – lo trasforma in una stanza di pensiero. Sopra, i classici e la filosofia; sotto, nella Grotta, antichità e meraviglie. Non parliamo di un raffinato capriccio rinascimentale, ma di un vero laboratorio identitario.
La d’Este con Aldo Manuzio discute prezzi e tirature, restituendo volumi ritenuti troppo cari. Con Ludovico Ariosto intreccia un rapporto vivo: l’eco dell’Orlando Furioso passa anche dall’ascolto attento, da un letto di gravidanza difficile – dove la lettura si fa conforto profondo e meditazione – e da una stanza che diventa sala di lettura.
La collezione è eccezionale, ma la storia che Gatta ricostruisce è crudele: dopo il saccheggio di Mantova nel 1630, i volumi migrano, si disperdono, finiscono in Francia o nelle mani di Carlo Emanuele I di Savoia. Il viaggio di Gatta attraversa secoli e volti – da Caterina de’ Medici a Maria Antonietta, passando per la raccolta tedesca di Maria Carolina d’Austria conservata a Caserta, fino a protagoniste del Novecento come le editrici Giannalisa Gianzana Feltrinelli e Vittoria de Buzzaccarini. Il testo mostra una linea di continuità ostinata: quando una donna raccoglie libri, li conosce, li fa, sta raccogliendo potere simbolico.
Tra le figure più impressionanti c’è Belle da Costa Greene. Nata Greener, sceglie di celare le proprie origini afroamericane per muoversi in un mondo che non le avrebbe, altrimenti, mai concesso spazio. Per quarant’anni cura la biblioteca di John Pierpont Morgan, diventando poi la prima direttrice della The Morgan Library and Museum. Autorità internazionale su manoscritti miniati e incunaboli, fondatrice dell’Hroswitha Club – elegante, temuta, ironica. Persino fashion: “Essere bibliotecaria non significa vestirsi da bibliotecaria”.
Non meno preziosa è la riproposizione di Donne bibliofile italiane (1926) di Giuseppe Fumagalli, che apre (e chiude in copia anastatica) il saggio. Fu lui il primo a riconoscere sistematicamente il contributo femminile alla storia del libro con estrema chiarezza: non esistono inferiorità naturali, esistono barriere. Se le collezioniste sono meno numerose, la ragione non è biologica ma sociale: educazione negata, tempo sottratto, proprietà impedita. Questo libro, quindi, non è un catalogo di eccezioni; è una restituzione dovuta.
Le donne sono state tutt’altro che un’appendice nella storia del libro: ne sono state la filigrana – quella trama invisibile che regge il foglio. In questo solco si inserisce un altro saggio citato da Gatta, utile per chi voglia approfondire: Donne che amano i libri (edito da La Nave di Teseo), che traccia la storia delle staffette partigiane e delle bibliotecarie impegnate in azioni di “resistenza occulta” per salvare il patrimonio librario durante la guerra.
E allora “l’esercito silenzioso” smette di essere sotterraneo. Esce allo scoperto. Cammina tra gli scaffali. E, finalmente, fa rumore.

Daniela Gambino è scrittrice e giornalista. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo: le guide 101 cose da fare in Sicilia almeno una volta nella vita e 101 storie sulla Sicilia che non ti hanno mai raccontato (Newton Compton); i saggi Vent’anni, con Ettore Zanca (Coppola), Media: la versione delle donne – Indagine sul giornalismo al femminile in Italia (Effequ) e Conto i giorni felici (Graphe.it); i romanzi La perdonanza (Laurana), Bukowski e babbaluci e Due fuori luogo (Jack Edizioni), quest’ultimo presentato al premio Strega 2023 da Fulvio Abbate e ripubblicato da Revolver con il titolo La scighera. Ha una newsletter su Appunti, esercizi e riflessioni per chi vuole scrivere, creare e capire di più su se stesso, che potete ricevere iscrivendovi nell’apposito link