
Qui abbiamo una nuova crush: Carlo Amleto. E no, la questione non riguarda l’estetica, suvvia. Il punto è un altro. È l’artista. L’artista del momento.
La sua traiettoria tiene insieme musica e teatro fin dall’inizio. Il pianoforte jazz costruisce una base solida, la recitazione tra Roma e Milano aggiunge corpo e presenza. L’Accademia Paolo Grassi affina uno sguardo, il collettivo Contenuti Zero diventa uno spazio in cui mettere alla prova idee, ritmo, scrittura. Non esiste una divisione netta tra queste parti: tutto convive, tutto contribuisce a definire una forma.
Il primo passaggio davvero riconoscibile arriva con Zelig. Il TGZero funziona subito perché ha una struttura precisa: la notizia diventa suono, la parola segue un tempo musicale, la comicità si organizza come una partitura. Non è una semplice trovata, è un linguaggio. E quando un linguaggio prende forma, resta.
Da lì il percorso si espande. Teatro, televisione, live. Ogni contesto diventa un campo in cui quella stessa cifra si sviluppa. Non cambia direzione, si rafforza. Il pubblico comincia a riconoscerlo proprio per questo: una continuità che tiene insieme leggerezza e costruzione.
Con LOL arriva la prova più esposta. Uno spazio chiuso, tempi stretti, relazione continua con gli altri comici. Qui emerge il livello. Amleto lavora sul ritmo, sulle pause, sull’energia. Non rincorre la battuta, la costruisce. Tiene il tempo, gestisce la scena. E in un contesto che spesso premia l’eccesso, sceglie una linea più precisa, più controllata. Il risultato è una presenza che resta.
La musica continua a essere il centro. Trittaralla, presentato ad Amici, gira subito. Fa ridere, resta in testa, entra nel linguaggio quotidiano. Ma dentro quella leggerezza c’è una scrittura consapevole. Il pop viene preso, piegato, spostato di poco. Basta questo per creare qualcosa di riconoscibile e diverso allo stesso tempo.
A questo punto il riferimento arriva da solo. Celentano. Non per somiglianza diretta, ma per una qualità di presenza. Voce, corpo, ritmo. Un modo di stare sul palco che diventa identità. Una figura che esiste prima ancora della singola canzone o della singola battuta.
Carlo Amleto è poliedrico nel senso pieno del termine. Non somma linguaggi, li tiene insieme. Musica, teatro, televisione diventano parti di un unico discorso. Ogni passaggio aggiunge un livello, ogni esperienza si riflette nella successiva.
E allora sì, la parola resta quella iniziale. Crush. Ma per una ragione precisa: quando un artista costruisce una forma riconoscibile e la porta avanti con coerenza, succede qualcosa di semplice. Si crea un legame. E si resta lì, a seguire, per capire dove porterà il prossimo passo.

Dalla tribou di Zazibou