
È un fenomeno naturale, universale, ciclico, eppure pronunciare “mestruazioni” in pubblico, anche nel 2025, sembra ancora un atto di coraggio. Perché molte donne, quando non si sentono bene a causa del ciclo mestruale, evitano di dirlo apertamente? La risposta risiede in un mix tossico di stigmatizzazione culturale, ignoranza collettiva e retaggi patriarcali.
“Non mi sento bene”, “ho mal di pancia”, “devo restare a casa”: frasi che tante donne usano per giustificare malesseri che, in realtà, derivano dal ciclo mestruale. Ma perché non dirlo chiaramente? Perché dire “sto male per le mestruazioni” suscita ancora imbarazzo o, peggio, battute di cattivo gusto e sguardi di giudizio?
La risposta è radicata nella storia. Le mestruazioni sono state a lungo un argomento tabù, considerate impure in molte culture, e persino oggi sono spesso ridicolizzate o minimizzate. Dire apertamente di stare male per il ciclo significa esporsi a reazioni che vanno dall’incredulità al fastidio, passando per lo stigma di essere troppo “sensibili” o “poco professionali”. Assurdo, vero? Di fronte a questo contesto, il silenzio diventa una forma di difesa.
È interessante notare come persino la parola “mestruazioni” sia spesso evitata. Si usano eufemismi come “le mie cose”, “il ciclo”, “i giorni difficili”, addirittura “le zie della Francia” quasi a voler minimizzare o nascondere un fenomeno che invece è parte integrante della vita di ogni donna in età fertile. Questo linguaggio edulcorato è il riflesso di una società che fatica ad accettare pienamente il corpo femminile nella sua interezza, comprese le sue funzioni biologiche.
La reticenza nel nominare le mestruazioni è anche figlia del patriarcato, un’espressione che sembra abusata, ma non lo è poiché ha storicamente relegato tutto ciò che riguarda il corpo femminile a un ambito privato, vergognoso, da nascondere. La conseguenza è che molte donne interiorizzano questa vergogna, crescendo con l’idea che parlare del proprio ciclo sia inappropriato o sconveniente.
Ma perché dovrebbe esserlo? Perché un processo biologico, che è alla base stessa della capacità riproduttiva, dovrebbe essere motivo di imbarazzo? Non è forse un paradosso che una società che celebra la maternità come massimo traguardo per una donna, si rifiuti di accettare il ciclo mestruale che ne è il presupposto?
È tempo di rompere il silenzio. Dire “ho le mestruazioni” non dovrebbe essere più un atto rivoluzionario, ma una semplice constatazione di fatto. Le donne non devono giustificarsi, né cercare modi per rendere il proprio dolore accettabile agli occhi degli altri.
Il primo passo è culturale: educare, informare, sensibilizzare. Parlare apertamente di mestruazioni a scuola, nei luoghi di lavoro, in famiglia, senza ridicolizzarle o relegarle a discorsi da sussurrare.
Il secondo passo è politico. Servono politiche che riconoscano l’impatto del ciclo mestruale sulla salute e sulla vita quotidiana delle donne, come i congedi mestruali o l’accesso gratuito agli assorbenti.
Abbiamo bisogno di normalizzare le mestruazioni, di smettere di nasconderle dietro eufemismi o silenzi. Chiamare le cose con il loro nome è il primo passo verso una società più equa e inclusiva, dove nessuna donna debba più vergognarsi di essere semplicemente ciò che è: umana.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.