
di Emanuela Longo
Lo sbilico di Alcide Pierantozzi è un memoir sulla malattia mentale, ma definirlo soltanto così sarebbe riduttivo. È soprattutto il racconto di una vita segnata da crisi profonde, ricoveri, dissociazione, autolesionismo e tentativi di suicidio, restituiti senza cercare consolazioni né facili spiegazioni.
Pubblicato da Einaudi nel 2025, il libro mette nero su bianco una parte dell’esperienza personale dell’autore con grande precisione, senza provare a renderla più ordinata o più comprensibile di quanto sia stata. E forse è proprio questa assenza di filtri a renderlo così difficile da dimenticare.
Pierantozzi tiene a chiarirlo: Lo sbilico non è autofiction. Non vuole utilizzare la propria esperienza come materiale da manipolare liberamente per costruire un personaggio letterario. Il patto con chi legge è differente e viene dichiarato fin dalle prime pagine: “Ma voglio essere preciso nel raccontare questa storia, devo solo attenermi al proposito di non inventare niente”.
Quella precisione diventa quasi una necessità. Pierantozzi racconta ciò che definisce la “melma dei giorni”: gli scompensi, le allucinazioni, la dissociazione, la violenza esercitata contro se stesso e le conseguenze che tutto questo ha avuto sulla sua famiglia.
Non c’è compiacimento e non c’è neppure una richiesta di pietà. L’autore osserva se stesso con una lucidità che a volte può risultare persino brutale. Espone il proprio corpo, le proprie ossessioni, le dipendenze, i rapporti familiari, il sesso, i farmaci, la vita quotidiana e quella sensazione costante di non riuscire ad abitare il mondo nello stesso modo degli altri.
Si definisce, in uno dei passaggi più significativi, un “abusivo nel mondo dei normali”. Forse, proprio da questa posizione nasce l’intero libro.
Disturbo bipolare, spettro dell’autismo, dissociazione dell’io: nel corso degli anni le diagnosi si accumulano, tentando ogni volta di mettere un nome su qualcosa che per chi lo vive rimane molto più difficile da delimitare.
Lo sbilico mostra anche questo: la distanza che può esistere tra una definizione clinica e l’esperienza concreta della malattia. Una diagnosi può dare un nome a ciò che accade, ma non basta a spiegare cosa significhi viverlo ogni giorno. Pierantozzi invece prova a farlo.
Il risultato non è sempre confortevole. Ci sono pagine pesanti, episodi raccontati senza protezioni e passaggi in cui la percezione della realtà si altera insieme a quella dell’autore. Il lettore viene trascinato in una mente che cerca continuamente di ricomporre ciò che si frammenta.
Uno dei nuclei più dolorosi del libro riguarda la malattia della madre. Pierantozzi ha ventisette anni quando arriva quella diagnosi. Fino a quel momento ha già alcuni problemi psichici, ma ancora relativamente gestibili, e sta per pubblicare il suo terzo libro. Da lì qualcosa cambia.
Il ritiro del vetrino relativo al tumore della madre diventa il punto da cui prende avvio il racconto di tre anni che lui stesso identifica come il periodo del vero e proprio impazzamento. Allucinazioni e ossessioni diventano sempre più pervasive e il confine tra ciò che esiste e ciò che viene prodotto dalla mente si fa instabile.
Lo “sbilico” del titolo sembra prendere forma proprio qui: nel tentativo continuo di restare in equilibrio mentre la percezione della realtà può cambiare improvvisamente.
“Il problema era che io aspettavo i corvi, e invece arrivavano i pensieri”.
Se la malattia occupa il centro del libro, le parole ne costituiscono la struttura più profonda. Pierantozzi racconta di aver trovato a tredici anni un Dizionario dei sinonimi e contrari De Agostini e di aver iniziato allora un rapporto quasi ossessivo con il linguaggio.
Non si tratta semplicemente del gusto di uno scrittore per le parole rare. In Lo sbilico trovare il termine esatto assume un significato molto più urgente. Le parole servono a fermare qualcosa. A delimitare un pensiero. A ricostruire un episodio. A distinguere ciò che è accaduto da ciò che forse è stato immaginato.
Scrive: “Le parole, per i matti, sono feconde”. E poco dopo racconta di essere continuamente alla ricerca di parole capaci di “mettere il guinzaglio ai pensieri”.
In una mente che tende a disperdersi e in una realtà che può improvvisamente perdere consistenza, nominare le cose diventa un tentativo di rimetterle al loro posto. Non necessariamente per stare meglio, semplicemente per sapere dove si trovano.
È proprio questo rapporto con il linguaggio a impedire a Lo sbilico di diventare soltanto una testimonianza. Pierantozzi possiede una voce letteraria molto riconoscibile. La sua prosa è ricercata senza sembrare decorativa, precisa anche nei passaggi più duri e capace di passare dal dettaglio concreto alla riflessione senza perdere tensione.
C’è un contrasto interessante tra quello che viene raccontato e il modo in cui viene raccontato. La vita è scomposta, il linguaggio cerca continuamente una forma. Non sempre per trovarla.
La scrittura diventa così una specie di argine costruito sapendo che potrebbe non reggere. E Pierantozzi è il primo a rifiutare l’idea romantica secondo cui raccontare il dolore significhi automaticamente curarlo.
La parola “fragilità” viene utilizzata spesso quando si parla di salute mentale, a volte con una retorica che finisce involontariamente per rendere innocuo ciò che innocuo non è. Pierantozzi, al contrario, si discosta da quella strada.
La malattia psichica che racconta può essere devastante, dolorosa, difficile da sostenere per chi la vive e per chi gli sta accanto. Non viene trasformata in talento, sensibilità speciale o occasione di crescita. Allo stesso tempo l’autore non accetta di essere ridotto alla propria diagnosi. Non chiede al lettore di guardare “il malato” da una distanza rassicurante. Lo costringe piuttosto a entrare in una quotidianità nella quale la distinzione tra sani e matti diventa molto meno comoda.
Verso la fine arriva infatti una dichiarazione che contiene buona parte del senso politico del libro: “Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi”.
Non è una richiesta di normalizzazione, è quasi il suo contrario. Pierantozzi rivendica il diritto di esistere senza dover necessariamente diventare conforme allo sguardo di chi si considera sano.
Lo sbilico non è una lettura semplice e probabilmente non vuole esserlo. Ci sono pagine che possono mettere a disagio, altre che fanno male proprio perché non cercano di attenuare quello che raccontano. Ma sarebbe riduttivo descriverlo come un libro “forte” soltanto per gli episodi che contiene.
La sua forza sta soprattutto nella precisione, nel rifiuto di inventare una redenzione dove non c’è. Nel tentativo quasi ostinato di trovare le parole giuste anche quando ciò che devono raccontare sembra sottrarsi a qualsiasi ordine.
È un libro sulla malattia mentale, certamente. Ma è anche un libro sul linguaggio, sull’identità e sulla distanza che separa quello che siamo da quello che gli altri riescono a vedere di noi. E soprattutto è una testimonianza che rifiuta l’idea che dalla sofferenza debba per forza nascere una lezione o una forma di riscatto.
Pierantozzi non promette niente del genere. Racconta la malattia senza attribuirle un significato che non ha e senza cercare nel dolore una redenzione. È proprio il rifiuto di ogni facile consolazione a rendere Lo sbilico un libro così onesto.







