Elisa, il cuore spezzato diventa arte: "Sono libera e liberata", il film di "Kintsugi" e il nuovo album

Elisa, il cuore spezzato diventa arte: “Sono libera e liberata”, il film di “Kintsugi” e il nuovo album

STAZIONE MUSICAOttobre 18, 2026

La musica di Elisa smette di essere soltanto tale. Le parole che abbiamo ascoltato per anni assumono un significato diverso, certe melodie arrivano in punti del cuore che pensavamo di conoscere già e una canzone riesce a dire quello che, nella vita di tutti i giorni, facciamo fatica perfino a confessare a noi stessi.

Per Elisa, Kintsugi sembra nascere proprio da questo spazio delicato. Il nuovo album, atteso per il 27 novembre, arriverà accompagnato da un progetto cinematografico che porta lo stesso titolo e un sottotitolo decisamente personale: Kintsugi… e sono la mia opera.

Un titolo che lascia intuire molto più di un semplice ritorno discografico. Perché, mentre la cantautrice si prepara a inaugurare un nuovo capitolo della propria carriera, il suo racconto passa anche attraverso una trasformazione intima, segnata dalla fine della lunga relazione con Andrea Rigonat, musicista e storico compagno di vita.

Il risultato è un mediometraggio diretto da Ludovico Boccianti, nel quale Elisa si mette al centro del proprio racconto e accompagna il pubblico in un percorso fatto di ricordi, domande e nuove consapevolezze.

Le prime immagini sono già online insieme al trailer, mentre l’anteprima è in programma venerdì 23 ottobre alle 18.30 al Teatro Olimpico Acea, nella sezione Special Screenings della 21esima Festa del Cinema di Roma.

E c’è una frase pronunciata dalla stessa Elisa che, più di altre, sembra racchiudere il senso di questo progetto: “Sono libera e liberata e sono la mia opera”.

Parole che meritano di essere ascoltate con attenzione, soprattutto quando arrivano da un’artista che ha trascorso quasi trent’anni a trasformare emozioni personali in canzoni capaci di accompagnare la vita di moltissime persone.

Elisa, Kintsugi è molto più di un nuovo album

Dimentichiamo per un momento l’idea del classico documentario musicale, quello che ci porta dietro le quinte di un disco tra sessioni in studio, prove e racconti sulla genesi delle canzoni.

Il progetto cinematografico di Elisa segue una strada differente. Il mediometraggio è nato parallelamente alla lavorazione dell’album e si sviluppa come un’opera autonoma, strettamente legata alla musica ma costruita attraverso un linguaggio visivo personale.

Elisa ne è protagonista e voce narrante. Il suo viaggio attraversa spazi teatrali e ambientazioni che oscillano tra la dimensione concreta e quella onirica, mentre le canzoni diventano passaggi attraverso cui esplorare differenti parti di sé.

Non si tratta soltanto di mostrare al pubblico il processo creativo che ha portato alla nascita di un disco. Il progetto prova a restituire anche ciò che accade prima e dopo la scrittura di una canzone: le emozioni che si accumulano, le domande che restano sospese e quelle verità che arrivano soltanto quando si trova il coraggio di fermarsi ad ascoltare.

È un territorio nel quale Elisa si muove da sempre con una sensibilità particolare. La sua musica ha attraversato generi e linguaggi differenti, passando dall’intimità del pianoforte alle produzioni più elettroniche, senza perdere il legame con una dimensione emotiva molto riconoscibile.

Con Kintsugi, però, il discorso sembra spostarsi anche sul modo in cui una persona guarda a sé stessa dopo un cambiamento importante.

La protagonista del film non è soltanto l’artista che deve presentare un nuovo lavoro al pubblico. È una donna che si interroga sul proprio percorso, sul tempo trascorso e sulla possibilità di attribuire un significato diverso alle esperienze vissute.

E forse è proprio questa la parte più interessante del progetto: il tentativo di far dialogare la dimensione pubblica di Elisa con quella più intima, senza pretendere che una delle due debba necessariamente prevalere sull’altra.

La separazione da Andrea Rigonat e quelle parole che arrivano dritte al cuore

Il trailer del mediometraggio acquista un significato particolare alla luce della separazione tra Elisa e Andrea Rigonat, la cui relazione è durata 18 anni.

I due hanno condiviso una lunga storia sentimentale e familiare, oltre a un percorso professionale legato alla musica. Dalla loro relazione sono nati due figli: Emma Cecile, nel 2009, e Sebastian, nel 2013.

Quando una storia così importante finisce, le domande che arrivano dall’esterno sono spesso le stesse. Che cosa è successo? Chi ha preso la decisione? Come si ricomincia? E soprattutto, come si fa a riconoscersi quando una parte significativa della propria vita cambia forma?

Il mediometraggio non va necessariamente letto come una risposta a tutte queste domande. Le parole pronunciate da Elisa nel trailer, però, restituiscono l’immagine di una persona che sta attraversando un passaggio profondo e prova a dare un senso a ciò che sta vivendo.

“Questo posto dove sono ora mi ha scrutato dentro. Mi ha messa davanti a una verità emersa lentamente tra il mondo ondoso. Giorno dopo giorno, che sono sola”, racconta la cantautrice.

È una dichiarazione che parla di solitudine, ma anche del tempo necessario per riconoscere una verità personale. Non sempre le trasformazioni arrivano con un momento preciso, una decisione improvvisa o una frase capace di mettere tutto in ordine. A volte si fanno strada lentamente, fino a diventare impossibili da ignorare.

E in questo percorso c’è una questione che riguarda molte persone, ben oltre la vita delle celebrità: quanto spazio riusciamo a concederci quando qualcosa finisce?

La cultura pop ci ha abituato a seguire le storie d’amore delle persone famose attraverso fotografie, annunci e indiscrezioni. Molto più raramente ci permette di fermarci sulla parte meno spettacolare di una separazione, quella in cui bisogna rimettere insieme le giornate, ridefinire le proprie abitudini e imparare a stare in una situazione nuova.

Le parole di Elisa sembrano appartenere proprio a questo spazio. Non offrono una spiegazione definitiva della sua vita privata e non hanno bisogno di farlo. Raccontano piuttosto una presa di coscienza, un passaggio nel quale il dolore può convivere con la possibilità di ritrovare una direzione.

Ed è qui che la musica incontra qualcosa di profondamente umano.

“Avere il cuore spezzato alla mia età”: Elisa parla della fragilità senza nasconderla

Tra le dichiarazioni presenti nel trailer ce n’è una che colpisce per la sua immediatezza.

“Avere il cuore spezzato alla mia età è qualcosa che ha cose ha a che fare con la tenerezza. E questi lacrimoni grossi, da bambino, che mirigano le guance, che scendono da soli come cerbiati dalla montagna, io li accolgo nel mio cuore e ne sento il calore”.

Il riferimento alla tenerezza apre una prospettiva interessante. Crescendo, spesso impariamo a considerare la vulnerabilità qualcosa da controllare, un’emozione da gestire lontano dagli sguardi altrui. Ci convinciamo che l’esperienza dovrebbe renderci più preparati ad affrontare le difficoltà, quasi che il tempo trascorso possa proteggerci dalle ferite.

Ma il dolore non segue necessariamente le regole che vorremmo imporgli.

Si può aver vissuto molto, aver costruito una carriera, essere diventati genitori e aver attraversato cambiamenti importanti senza smettere di sentirsi fragili davanti a una perdita. L’età non rende immuni alle emozioni e non stabilisce quanto tempo dovrebbe servire per superarle.

In questo senso, il riferimento di Elisa alla tenerezza è particolarmente significativo. Accogliere le proprie lacrime significa concedersi la possibilità di sentire, senza trasformare ogni emozione in un problema da risolvere immediatamente.

C’è anche un altro aspetto da considerare. Per le donne, soprattutto quando raggiungono una certa età, esiste ancora una forte aspettativa sociale legata alla capacità di mantenere il controllo, mostrarsi efficienti e gestire ogni cambiamento con compostezza.

La fragilità viene spesso tollerata soltanto quando è temporanea, discreta e facilmente comprensibile agli altri. Quando invece occupa spazio, quando modifica le abitudini o impone di rivedere le proprie priorità, rischia di essere interpretata come un segno di debolezza.

Le parole pronunciate da Elisa aprono uno spazio diverso. Il cuore spezzato non ha un’età corretta e non esiste un momento della vita in cui si dovrebbe smettere di avere bisogno di tempo, cura e comprensione.

È un messaggio che può arrivare a chiunque abbia attraversato una separazione, un lutto o un cambiamento capace di rimettere in discussione le certezze costruite negli anni.

E forse la tenerezza comincia proprio da qui: dalla possibilità di non giudicarsi per quello che si prova.

Che cos’è il kintsugi e perché Elisa ha scelto proprio questo nome

Per capire davvero il progetto, bisogna partire dal suo titolo.

Il kintsugi è un’antica tecnica giapponese utilizzata per riparare gli oggetti in ceramica. Le fratture vengono ricomposte e valorizzate attraverso l’uso di lacca mescolata a polvere d’oro o altri metalli preziosi.

Il risultato conserva le tracce della rottura, rendendole parte visibile dell’oggetto riparato.

Una ciotola spezzata non torna identica a quella che era prima. La sua forma viene ricostruita, ma le linee che attraversano la superficie raccontano ciò che è accaduto. Le crepe diventano parte della sua storia e contribuiscono a definire il suo nuovo aspetto.

È facile comprendere perché questa pratica abbia assunto un significato simbolico così forte anche al di fuori dell’artigianato giapponese.

Applicato all’esperienza umana, il kintsugi suggerisce che una ferita possa essere riconosciuta e integrata nella propria storia, senza doverla cancellare per continuare a vivere.

Attenzione, però: non significa che ogni sofferenza debba necessariamente trasformarsi in qualcosa di bello o che il dolore abbia sempre una funzione positiva. Ci sono esperienze che lasciano conseguenze difficili e momenti nei quali la priorità è semplicemente trovare il modo di andare avanti.

Il valore di questa immagine sta piuttosto nella possibilità di guardare alle proprie fratture senza considerarle l’unica cosa che ci definisce.

È un concetto che si lega con naturalezza al percorso artistico di Elisa. La sua carriera è stata accompagnata da una continua ricerca musicale, da sperimentazioni e cambiamenti che hanno contribuito a costruire un’identità riconoscibile.

Con Kintsugi, la stessa ricerca sembra rivolgersi anche verso l’interno.

La domanda non riguarda soltanto ciò che un’artista può creare dopo una trasformazione personale, ma anche il modo in cui quella trasformazione modifica lo sguardo rivolto a sé stessa.

Le ferite non diventano automaticamente un’opera d’arte. Possono però entrare in relazione con la creatività, offrendo nuove prospettive e nuove parole a chi cerca di comprenderle.

Ed è proprio in questo passaggio che il titolo del disco e quello del mediometraggio acquistano una dimensione ulteriore.

“Sono libera e liberata”: il significato della frase che chiude il trailer

La dichiarazione più forte arriva verso la fine del trailer, quando Elisa si sofferma sul rapporto tra anima, libertà e creazione artistica.

“Penso all’anima, l’unica che può ribellarsi, l’unica in grado di generare amore e arte. Sono in uno stato totalmente rivoluzionario che è il mio cuore. Sono libera e liberata e sono la mia opera”.

La frase contiene una parola che merita attenzione: liberata.

Essere liberi può significare poter scegliere, decidere in autonomia e seguire una direzione senza dover chiedere il permesso a qualcun altro. Sentirsi liberati, invece, può suggerire anche un processo interiore, la sensazione di essersi lasciati alle spalle qualcosa che impediva di riconoscersi pienamente.

Naturalmente, il significato personale di queste parole appartiene a Elisa. Sarebbe riduttivo trasformarle in una spiegazione definitiva della sua separazione o attribuire alla sua vita privata conclusioni che lei non ha espresso.

Eppure, all’interno del progetto, la frase sembra indicare una prospettiva precisa: la possibilità di riconoscersi come soggetto della propria storia.

Per una donna che da decenni lavora in un settore nel quale le artiste vengono spesso osservate attraverso aspettative estetiche, sentimentali e anagrafiche, questa affermazione può assumere anche una risonanza più ampia.

Alle donne viene chiesto continuamente di spiegare le proprie scelte. Se restano in una relazione, se decidono di chiuderla, se cambiano lavoro o se scelgono di ricominciare da capo, ogni passaggio può diventare materia di valutazione pubblica.

La situazione non riguarda soltanto le persone famose, ma la cultura dello sguardo attraverso cui vengono giudicate le loro decisioni. Quando una donna racconta un momento di fragilità, il pubblico può sentirsi autorizzato a cercare dettagli, ricostruire motivazioni e stabilire quale comportamento sarebbe stato più appropriato.

Il percorso evocato da Kintsugi suggerisce una direzione differente: lasciare che una persona possa raccontarsi senza essere obbligata a fornire tutte le risposte.

La libertà di Elisa, in questa prospettiva, passa anche dalla possibilità di trasformare ciò che vive in un’espressione artistica che le appartiene.

Non serve conoscere ogni dettaglio della sua vita privata per comprendere il senso di questa scelta. Basta riconoscere che l’identità personale non rimane immobile e che, a volte, per continuare a creare bisogna prima trovare nuove parole per descriversi.

Dal 23 ottobre alla fine di novembre: quando arriva Kintsugi

Il primo appuntamento con il mediometraggio è fissato per venerdì 23 ottobre alle 18.30 al Teatro Olimpico Acea, nell’ambito della sezione Special Screenings della 21esima Festa del Cinema di Roma.

L’anteprima rappresenta il primo momento pubblico di un progetto che unisce musica e cinema, due linguaggi capaci di avvicinarsi alle emozioni attraverso strumenti differenti.

Il film arriverà poi nelle sale italiane nel weekend dell’uscita dell’album, prevista per il 27 novembre. Una scelta che consente al pubblico di entrare nel mondo di Kintsugi attraverso due esperienze complementari.

Da una parte ci saranno le canzoni, con la loro capacità di accompagnare l’ascolto individuale e lasciare spazio alle interpretazioni personali. Dall’altra, il mediometraggio aggiungerà immagini, ambientazioni e parole che permetteranno di esplorare il progetto da una prospettiva visiva.

Non è difficile immaginare quanto questa doppia dimensione possa modificare il rapporto con il disco. Conoscere il contesto emotivo nel quale nasce un’opera può influenzare il modo in cui la si ascolta, ma lasciare che sia la musica a parlare resta altrettanto importante.

Il pubblico potrà quindi scegliere il proprio punto d’ingresso: partire dalle canzoni, lasciarsi guidare dal film oppure tornare più volte da un linguaggio all’altro, scoprendo nuovi significati a ogni passaggio.

Per Elisa, che ha costruito una parte importante della propria carriera attraverso la ricerca e la sperimentazione, il dialogo tra i due formati apre uno spazio ulteriore di espressione.

La musica diventa il punto di partenza di un’esperienza che comprende anche immagini, parole e riflessioni personali. Il cinema, a sua volta, permette di dare una forma visiva a emozioni che spesso trovano nella canzone il loro mezzo più immediato.

Resta da scoprire come il pubblico accoglierà questo intreccio e quali aspetti del progetto emergeranno con maggiore forza una volta che album e mediometraggio saranno disponibili.

Elisa verso i trent’anni di carriera: il viaggio continua a Campovolo

Mentre Kintsugi si prepara a raggiungere il pubblico, all’orizzonte c’è già un altro appuntamento importante nella storia artistica di Elisa.

L’11 settembre 2027 la cantautrice salirà sul palco della RCF Arena di Reggio Emilia, a Campovolo, per Elisa 30 – Soundtrack of Life, un grande evento dal vivo dedicato ai suoi trent’anni di carriera.

Sarà l’occasione per ripercorrere un percorso musicale che ha attraversato epoche e generazioni, accompagnando il pubblico con canzoni diventate parte della memoria collettiva.

Trent’anni sono un periodo significativo per qualsiasi artista. Nel caso di Elisa, raccontano anche la capacità di attraversare trasformazioni personali e professionali mantenendo viva una ricerca che non si è mai limitata a ripetere formule già sperimentate.

Il suo percorso è cominciato negli anni Novanta e si è sviluppato attraverso album, collaborazioni e progetti che hanno contribuito a consolidarne il posto nella musica italiana.

L’evento di Campovolo guarda inevitabilmente alla memoria: i brani che hanno segnato gli inizi, quelli diventati colonne sonore di momenti importanti e le canzoni che hanno accompagnato il pubblico durante gli anni.

Kintsugi, invece, sembra rivolgere lo sguardo verso un’altra direzione. Il passato rimane presente, ma diventa parte di un processo che continua a evolversi.

È interessante che questi due appuntamenti convivano nello stesso orizzonte temporale. Da una parte, la celebrazione di una carriera lunga tre decenni; dall’altra, un progetto che mette al centro il cambiamento e la possibilità di ridefinire la propria identità.

Sono due prospettive differenti, entrambe necessarie per comprendere il percorso di un’artista. Guardarsi indietro permette di riconoscere la strada percorsa, mentre continuare a sperimentare significa lasciare aperta la possibilità di diventare qualcosa di diverso.

La vera sfida è imparare a riconoscersi dopo un cambiamento

Il punto di contatto tra il disco, il mediometraggio e le parole pronunciate da Elisa sembra trovarsi proprio qui.

La cultura pop ama i momenti di svolta. Ci piacciono le storie nelle quali una persona attraversa una crisi e ne esce trasformata, le canzoni che sembrano scritte per accompagnare una separazione e le interviste nelle quali un’artista trova la frase perfetta per descrivere ciò che sta vivendo.

La realtà, però, è molto meno ordinata.

Le trasformazioni personali non seguono sempre una traiettoria lineare e raramente arrivano con una conclusione definitiva. Ci sono giorni nei quali si ha la sensazione di aver capito tutto e altri nei quali le stesse domande tornano a farsi sentire.

Forse è proprio per questo che il progetto di Elisa può incontrare la sensibilità di tante persone. Il suo racconto si inserisce in un’esperienza comune: la necessità di trovare un nuovo equilibrio quando le coordinate della propria vita cambiano.

Il kintsugi offre un’immagine utile per avvicinarsi a questa possibilità, purché non venga trasformato nell’obbligo di rendere ogni ferita significativa. A volte si guarisce lentamente, altre volte si impara semplicemente a convivere con ciò che è accaduto.

E non tutte le esperienze devono diventare immediatamente qualcosa da condividere con gli altri.

Per chi crea, tuttavia, le emozioni possono diventare anche materiale artistico. Una canzone, un film o una pagina scritta permettono di dare forma a pensieri difficili da esprimere nella quotidianità, senza necessariamente risolverli.

È qui che la frase “sono la mia opera” acquista un significato particolarmente interessante. L’opera non coincide soltanto con il disco in uscita o con il mediometraggio che lo accompagna. Può essere letta anche come una dichiarazione di autonomia, il riconoscimento che la propria identità continua a prendere forma attraverso le esperienze vissute e le scelte che si compiono.

Elisa non ha bisogno di trasformare la propria vita privata in una spiegazione pubblica per dare valore a questo percorso. Il suo lavoro può parlare attraverso la musica e le immagini, lasciando a chi ascolta la libertà di riconoscervi qualcosa della propria esperienza.

E forse è questo il punto in cui una storia personale smette di appartenere soltanto a chi la vive e incontra le persone che la ascoltano.

Non perché le loro esperienze siano identiche, ma perché alcune emozioni riescono a creare connessioni anche tra vite molto diverse.

Il 27 novembre arriverà il nuovo album, mentre il mediometraggio accompagnerà il pubblico dentro il suo universo visivo ed emotivo. Sarà allora possibile scoprire quali forme musicali e cinematografiche Elisa abbia scelto per dare corpo a questa nuova fase.

Per adesso resta una frase, pronunciata nel trailer, che sembra indicare la direzione del progetto: “Sono libera e liberata e sono la mia opera”.

Una dichiarazione che parla di cambiamento, di identità e del diritto di continuare a riscriversi.

Anche quando la vita lascia qualche crepa.

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