
di Giorgia Renna
Ci sono film che non hanno bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. Film capaci di muoversi in punta di piedi dentro il dolore, attraversarlo senza spettacolarizzarlo e restituirlo, alla fine, sotto forma di emozione. Don’t Say Good Luck, diretto da Julia Hart e disponibile su Netflix, appartiene a questa categoria. Un piccolo film nel senso più nobile del termine: sincero, delicato, imperfetto quanto basta per risultare autentico.
Al centro c’è Sunny Sandler, figlia di Adam Sandler, qui protagonista nei panni di Sophie. Il cognome potrebbe suggerire scorciatoie, ma basta poco per accorgersi che la sedicenne ha personalità e presenza scenica. Sophie ha sedici anni, ama il teatro e sogna di stare su un palcoscenico. Contro ogni previsione, ottiene il ruolo principale nello spettacolo scolastico di fine anno, Waitress. È il momento in cui tutto sembra finalmente andare nella direzione giusta. Ma la vita, come spesso accade, decide di cambiare copione.
Mentre le prove entrano nel vivo, Sophie deve fare i conti con la malattia della madre Elizabeth, interpretata da una intensa Melanie Lynskey. Il cancro è tornato e, con esso, l’ombra di un tempo che improvvisamente sembra avere un peso diverso. Da una parte c’è una ragazza che avrebbe soltanto voglia di vivere la propria adolescenza: innamorarsi, sbagliare, sognare, fare teatro, ridere con gli amici. Dall’altra c’è una madre costretta a confrontarsi nuovamente con la possibilità della morte.
Julia Hart costruisce così un doppio percorso narrativo che procede senza strappi, restringendosi e allargandosi come un cuore attraversato da emozioni contraddittorie. La sceneggiatura, firmata dalla regista insieme a Laura Hankin e Jordan Horowitz, autore e produttore di La La Land, evita con intelligenza le trappole del melodramma. Non cerca la lacrima facile, non insiste sul dolore, non trasforma la malattia in un dispositivo narrativo ricattatorio.
Ed è forse proprio qui che risiede la forza del film.
Don’t Say Good Luck è, prima di tutto, la storia di una madre e di una figlia. Ma è anche un film sul tempo: quello che abbiamo, quello che crediamo di avere e quello che improvvisamente ci viene sottratto. Sophie si domanda come riempire il tempo che resta, come fare spazio alla paura senza permetterle di occupare tutto. La risposta che il film suggerisce non è particolarmente originale, ma è raccontata con una sincerità che la rende nuovamente necessaria: vivere. Restare nel presente.
Dire le cose che troppo spesso rimangono sospese. Abbracciare, piangere, ridere, cantare.
In questo equilibrio tra leggerezza e dolore si riconosce la mano di Julia Hart, regista abituata a lavorare su storie apparentemente luminose, capaci però di nascondere una vena malinconica e dirompente. Il film si muove tra teen drama, dramedy familiare e musical senza preoccuparsi troppo delle etichette. E forse è giusto così. Perché oggi i generi cinematografici hanno sempre meno bisogno di essere rispettati e sempre più bisogno di essere attraversati.
La musica diventa allora una forma di resistenza. Il teatro, un luogo nel quale Sophie può continuare a essere semplicemente una sedicenne, anche quando la realtà intorno a lei le impone di crescere troppo in fretta. Il palcoscenico non cancella il dolore, ma gli concede una forma diversa. Lo rende condivisibile, persino abitabile.
E poi arriva il finale.
Sophie sale sul palco e canta She Used to Be Mine di Sara Bareilles, uno dei brani più importanti di Waitress. È un momento che avrebbe potuto facilmente trasformarsi nella classica scena costruita per commuovere. Julia Hart, invece, sceglie la sottrazione. Lascia che siano il volto di Sophie, la voce, le parole della canzone e tutto ciò che è rimasto non detto a fare il lavoro più difficile.
Il risultato è uno dei momenti più riusciti del film: caldo, doloroso, umano. Non c’è bisogno di spiegare ciò che stiamo provando. La commozione arriva perché il film, fino a quel momento, ha avuto la pazienza di meritarsela.
E in appena un’ora e mezza — una durata quasi controcorrente in un’epoca cinematografica sempre più innamorata dell’eccesso — Don’t Say Good Luck riesce a raccontare qualcosa di profondamente semplice: che anche quando il dolore diventa inevitabile, la vita continua a chiedere spazio. Che una figlia deve poter essere figlia, anche davanti alla malattia di sua madre. Che amare qualcuno significa, qualche volta, imparare a lasciarlo vivere fino in fondo, senza trasformare ogni istante in un addio.
È questo che distingue un buon film da un film destinato a essere dimenticato. Non la perfezione, non l’originalità assoluta, nemmeno la capacità di sorprendere. Ma quella sfumata verità che riesce a oltrepassare il perimetro della storia e a toccare qualcosa che ci appartiene.
Don’t Say Good Luck funziona proprio per questo. Perché parla della morte senza essere un film sulla morte. Parla del dolore scegliendo la bellezza. E soprattutto ricorda che, quando il tempo sembra restringersi, vivere con più intensità non significa necessariamente fare di più: qualche volta significa soltanto esserci davvero.
Un piccolo film, dunque, ma con un cuore grande. E in tempi cinematografici spesso affollati di rumore, non è affatto poco.







