
Tre avanguardie, tre testi, un unico respiro teatrale.
Il 7 e l’8 marzo 2026, al Teatro Hamlet di Roma (zona Pigneto), la compagnia Hangar Duchamp presenta Trilogia dell’Avanguardia, un progetto che sintetizza quasi un decennio di ricerca artistica e lo traduce in un’esperienza scenica compatta, radicale, immersiva.
Non una semplice rassegna, ma una vera e propria mini-maratona teatrale: tre spettacoli nello stesso giorno, con lo stesso cast e per lo stesso pubblico, attraversando Dadaismo, Surrealismo e Metafisica. Una linea estetica che nei manuali di storia dell’arte conosciamo attraverso pittura e manifesti, ma che qui viene riportata al suo terreno meno esplorato: il teatro.
Alle 18:00 si apre con il Dada di Tristan Tzara e il suo Il cuore a gas.
Alle 19:30 è il turno del Surrealismo con Le mammelle di Tiresia di Guillaume Apollinaire.
Alle 21:00 si chiude con la Metafisica di Alberto Savinio e il suo meno frequentato Capitano Ulisse.
Tre capitoli, tre sottotitoli programmatici: potere all’oggetto, potere all’azione, potere al corpo. Non semplici etichette, ma chiavi di lettura registiche che guidano il percorso.
Negli intervalli, gli spazi comuni del teatro si trasformano: performance e letture a cura dell’Hangar Lab, la sezione under 30 della compagnia, anticipano il movimento successivo, trasformando l’intera serata in un’esperienza totale.
Il cuore a gas è un testo che nel 1921 fece scandalo. Tzara lo definì provocatoriamente “la più grande truffa del secolo”. In scena non c’è una narrazione lineare: Occhio, Bocca, Orecchio, Naso, Sopracciglio e Collo dialogano in un mondo sospeso, apparentemente privo di logica.
La regia aggiunge il personaggio di Didascalia, incarnazione delle note dell’autore, e lavora sull’idea di corpi privati della loro funzione. È un teatro che sfida la noia e l’automatismo, che suggerisce come l’infelicità possa nascere da limiti autoimposti. E lo fa con un’ironia sottile, mai puramente distruttiva.
Con Le mammelle di Tiresia, Apollinaire coniava il termine “surrealista”. Teresa abbandona il ruolo imposto, assume un’identità maschile, mentre il marito diventa madre e mette al mondo migliaia di figli in un giorno.
Il testo, scritto a inizio Novecento, esplode oggi con una sorprendente attualità: identità di genere, ruoli sociali, ribaltamento delle convenzioni. La regia spinge sulla dimensione comica e sul filo conduttore dell’infanzia, accentuando il paradosso e la leggerezza visionaria che caratterizzano l’opera.
Il capitolo finale, Capitano Ulisse, è forse il più raro e complesso. Savinio rilegge l’eroe omerico come un uomo svuotato, incapace di governare la propria esistenza emotiva.
La regia concentra l’azione nella mente del protagonista, trasformata in un carcere di massima sicurezza. Circe, Calipso e Penelope diventano presenze incatenate nel suo inconscio. Il pubblico entra in questo labirinto attraverso un personaggio inaspettato: lo spettatore stesso, portatore di una comicità sottile che rompe la tensione.
La Trilogia dell’Avanguardia non è soltanto una proposta teatrale, ma un gesto culturale preciso: riportare in scena testi che hanno cambiato la storia dell’arte e farli dialogare con il presente.
Ribellione alle convenzioni, affermazione dell’identità, critica agli accademismi, centralità del corpo e dell’azione: temi novecenteschi che oggi risuonano con forza.
In un quartiere come il Pigneto, storicamente laboratorio creativo e spazio di sperimentazione, questa maratona teatrale trova una collocazione naturale. Due serate che invitano a restare, a sostare, a lasciarsi attraversare da un secolo di inquietudini e intuizioni.

Dalla tribou di Zazibou